Ziryab, la “mise en place” e l’ennesima favola islamicocentrica
Quando l’islamocentrismo apparecchia la tavola
Da anni circola una certa narrazione islamocentrica della storia: una narrazione secondo cui l’Europa cristiana sarebbe stata rozza, arretrata, ignorante, culturalmente sterile e incapace perfino di stare a tavola, mentre il mondo islamico avrebbe generosamente insegnato all’Occidente quasi tutto — scienza, medicina, filosofia, cucina, architettura, musica, igiene, galateo e magari anche come sistemare il bicchiere a destra del piatto.
Queste narrazioni continuano a circolare con una certa frequenza, non solo sui social, ma anche in libri, articoli divulgativi e discorsi pubblici. Cambiano i nomi, cambiano gli esempi, ma il copione resta sempre lo stesso: si prende una figura storica reale, la si avvolge in una nube di leggenda, si ignorano le fonti scomode, si saltano secoli di storia precedente e si arriva alla solita conclusione preconfezionata: senza l’Islam, l’Europa non avrebbe saputo fare nulla. Nemmeno apparecchiare una tavola.
Dopo il gelato “islamico”, gli arancini “islamici”, la scienza “tutta islamica”, Dante “debitore dell’Islam” e l’immancabile Medioevo europeo dipinto come una lunga sagra dell’ignoranza, ecco un altro capitolo della solita saga: stavolta tocca a Ziryab.

Un esempio di narrazione islamocentrica che attribuisce a Ziryab un ruolo decisivo nella nascita della mise en place e della raffinatezza conviviale europea.
Ziryab, musicista persiano arrivato a Cordova nel IX secolo, viene trasformato con il consueto entusiasmo propagandistico nel grande maestro delle buone maniere europee a tavola. Secondo questa narrazione, avrebbe rivoluzionato il modo di mangiare in Europa: portate in sequenza, bicchieri di cristallo, raffinatezza conviviale e addirittura la famosa “mise en place”. In pratica, se oggi qualcuno non mangia direttamente con le mani su una pietra, dovremmo ringraziare lui.
Peccato che, appena si gratta via la glassa retorica, la solidità storica di questa storia cominci a scricchiolare parecchio. E non poco.
Chi era Ziryab: figura reale, mito gonfiato
Ziryab è esistito davvero. Il suo nome era Abu al-Hasan Ali ibn Nafi. Fu una figura importante nella Cordova omayyade del IX secolo, soprattutto come musicista e uomo di corte. Questo non è in discussione.
Il problema nasce quando da “musicista influente di corte” lo si trasforma nel padre fondatore della musica andalusa, del galateo europeo, delle portate in sequenza, dei bicchieri eleganti, della moda stagionale, dei profumi, delle acconciature e, già che ci siamo, quasi anche dell’interior design medievale. La figura storica di Ziryab merita attenzione. Il santino propagandistico costruito intorno a lui, molto meno.
Anche sul suo contributo musicale bisogna essere prudenti. La narrazione secondo cui avrebbe rivoluzionato da solo la musica andalusa, aggiunto la famosa quinta corda al liuto e fondato quasi dal nulla una nuova civiltà musicale europea poggia su tradizioni tarde, racconti celebrativi e attribuzioni difficili da verificare. In altre parole: Ziryab fu probabilmente un musicista influente. Ma trasformarlo nel “genio fondatore” della musica andalusa è già una semplificazione enorme. Figurarsi usarlo poi come padre delle buone maniere europee, della tavola moderna e addirittura della mise en place.
Il problema delle fonti: al-Maqqari scrive circa 800 anni dopo
Molte delle attribuzioni più spettacolari su Ziryab, sia musicali sia conviviali, derivano da racconti posteriori, in particolare da al-Maqqari, storico del XVII secolo. Tradotto: parliamo di narrazioni messe per iscritto circa ottocento anni dopo i fatti. Ottocento anni. Non proprio una cronaca in diretta dalla sala da concerto o dalla sala da pranzo di Cordova.
Lo studioso Dwight F. Reynolds, nel saggio Al-Maqqari’s Ziryab: The Making of a Myth, ha mostrato proprio il problema: la biografia di Ziryab in al-Maqqari è una rielaborazione tarda, costruita su fonti precedenti, in particolare Ibn Hayyan, ma organizzata in una narrazione più compatta e mitizzante. Il punto è importante: non stiamo parlando di una fonte contemporanea limpida, diretta, verificabile nei dettagli. Stiamo parlando di una tradizione stratificata, selezionata, rielaborata e celebrata secoli dopo.
Le fonti contemporanee dell’epoca di Ziryab, soprattutto sui dettagli più pittoreschi — quinta corda, rivoluzione musicale, ordine delle portate, bicchieri raffinati, galateo della tavola — sono scarsissime o praticamente inesistenti. Abbiamo invece racconti posteriori, attribuzioni cumulative e molta voglia moderna di trasformare una figura storica interessante in un trofeo identitario.
E qui sta il trucco: si prende un personaggio reale, forse davvero brillante e influente, gli si attaccano addosso secoli di leggende, poi lo si usa per sostenere che l’Islam avrebbe insegnato all’Europa musica, eleganza, raffinatezza e buone maniere. Ma la storia non funziona così. Funziona così la propaganda.
Anche la “quinta corda” del liuto: invenzione islamica o appropriazione di eredità precedenti?
Un altro dettaglio ripetuto come un mantra è quello della famosa quinta corda aggiunta da Ziryab al liuto, o oud. Anche qui il racconto è perfetto per i social: arriva il genio musulmano, prende lo strumento, lo migliora, lo porta in Europa e illumina tutti. Peccato che anche questa storia sia molto meno solida di quanto venga raccontato.
L’attribuzione a Ziryab dell’aggiunta della quinta corda è molto diffusa nella tradizione araba posteriore, soprattutto attraverso racconti tardi e celebrativi. Ma trasformarla in una prova di “invenzione islamica” è un’altra forzatura. Il liuto/oud non nasce dal nulla a Cordova. Ha radici molto più antiche e, in larga parte, pre-islamiche. Uno dei suoi antecedenti principali è il barbat persiano, strumento a corde della tradizione iranica. L’Encyclopaedia Iranica descrive il barbaṭ come prototipo di una famiglia di liuti a manico corto, con cassa piriforme, appartenente alla tradizione musicale iranica.
E non è un dettaglio secondario. Ziryab proveniva dall’ambiente abbaside di Baghdad, una corte nella quale la cultura persiana aveva un peso enorme. Gran parte della raffinatezza musicale della corte abbaside non nasceva da un vuoto arabo-islamico, ma da eredità persiane, greche, siriache, mesopotamiche e tardoantiche assimilate, rielaborate e poi spesso rivendute come splendore islamico. Il solito schema.
Anche l’idea della quinta corda, quindi, andrebbe trattata con molta cautela. È possibile che Ziryab abbia reso popolare una variante, che abbia introdotto in al-Andalus un uso già noto altrove, o che la tradizione successiva gli abbia attribuito un’innovazione maturata gradualmente. Ma dire che “Ziryab inventò la quinta corda” come se fosse un fatto certo e originale è una semplificazione propagandistica.
Ancora una volta: non si nega che Ziryab possa aver avuto un ruolo nella trasmissione musicale. Si nega la favola dell’inventore solitario, del genio islamico che crea dal nulla ciò che in realtà poggia su radici precedenti, quasi sempre non arabe e non islamiche. Anzi, proprio questo punto è istruttivo: persino il grande Ziryab, usato oggi come trofeo della superiorità culturale islamica, portava con sé un’eredità musicale profondamente persiana e pre-islamica. Quindi, anche sul piano musicale, il racconto si sgonfia. Ziryab non appare come l’inventore miracoloso di una civiltà musicale, ma come un possibile trasmettitore, adattatore e uomo di corte dentro una tradizione molto più antica di lui.
Che poi è esattamente ciò che l’islamocentrismo non vuole ammettere: molte cose attribuite all’Islam erano in realtà eredità di popoli conquistati, culture precedenti e civiltà assorbite.
Ziryab inventò davvero le portate in sequenza?
Una delle affermazioni più ripetute è che Ziryab avrebbe introdotto l’abitudine di servire il pasto in portate ordinate: prima una zuppa o antipasto, poi il piatto principale, poi il dolce. Sembra suggestivo. Peccato che anche qui ci siano due problemi enormi: da una parte mancano prove contemporanee solide che confermino questa attribuzione nei termini in cui viene raccontata oggi; dall’altra, l’idea di un pasto strutturato in fasi esisteva già molto prima di Ziryab. In altre parole, la narrazione propagandistica pretende di fare due salti insieme: prima attribuisce a Ziryab un’innovazione sulla base di tradizioni tarde e poco verificabili; poi trasforma quella presunta innovazione locale in una specie di lezione impartita all’intera Europa. È un doppio salto mortale storico. Molto scenografico, ma senza rete.
I Romani, secoli prima di Ziryab, organizzavano già banchetti complessi con portate distinte. La cena romana aristocratica poteva prevedere una gustatio, cioè una sorta di antipasto, le mensae primae, cioè le portate principali, e le mensae secundae, cioè la parte finale del pasto, spesso dolce o frutta. Il Metropolitan Museum ricorda infatti che un vero banchetto romano includeva proprio queste tre fasi: antipasto, portata principale e dessert. Quindi no: l’Europa non aspettava Ziryab per scoprire che un pasto poteva avere un inizio, uno svolgimento e una fine.
Basta leggere anche la celebre Cena Trimalchionis nel Satyricon di Petronio, I secolo d.C., per trovare un banchetto romano ricchissimo, teatrale, organizzato in una successione di portate, effetti scenici, servizio, ritualità e ostentazione sociale. La Cena Trimalchionis non è un manuale di galateo, certo, ma dimostra perfettamente che il banchetto strutturato, spettacolare e socialmente codificato esisteva già nel mondo romano molti secoli prima dell’arrivo degli Arabi in Spagna. Anche Apicio, nel De re coquinaria, testimonia una cultura gastronomica romana complessa, con ricette, preparazioni, categorie di cibi e un mondo conviviale tutt’altro che primitivo.
Parlare di Ziryab come inventore dell’ordine delle portate significa dunque ignorare sia la debolezza delle fonti su Ziryab, sia una tradizione romana già antica, documentata e precedente di secoli. I Romani avevano già rituali conviviali, presentazione curata, servizio domestico, sale da pranzo dedicate, cerimoniale dell’ospitalità e banchetti pensati anche come rappresentazione sociale del prestigio.
Poi certamente le forme cambiano, le culture si influenzano, le mode viaggiano. È possibile che alla corte di Cordova siano state adottate o rielaborate pratiche conviviali raffinate. Ma dire che Ziryab “inventò” le portate in sequenza per l’Europa significa trasformare un’attribuzione tarda e incerta in una certezza propagandistica, ignorando una quantità imbarazzante di storia precedente.
Come sempre, la propaganda islamocentrica funziona solo se prima si spegne la luce su Roma, Bisanzio, il mondo cristiano medievale e le tradizioni europee.
L’Europa non stava mangiando nel fango
La caricatura è sempre la stessa: da una parte il mondo islamico raffinato, profumato, colto e sorridente; dall’altra l’Europa cristiana rozza, sporca, arretrata, incapace perfino di apparecchiare. È una rappresentazione infantile.
Il mondo bizantino aveva una cultura di corte estremamente raffinata. Le élite germaniche, longobarde, franche, normanne e cristiane medievali svilupparono proprie forme di cerimoniale, ospitalità, banchetto, tavola aristocratica e rappresentazione del potere. L’Europa medievale non era un blocco uniforme di ignoranza. Era un continente complesso, con eredità romane, cristiane, germaniche, bizantine, monastiche, cittadine, cortigiane e commerciali.
Certo, al-Andalus fu un luogo di contatti culturali. Certo, la Sicilia medievale e la Spagna cristiana assorbirono anche elementi arabi. Ma li assorbirono dentro un quadro molto più ampio, fatto anche di elementi greci, latini, bizantini, ebraici, normanni, longobardi, franchi e cristiani. Il problema non è riconoscere i contatti culturali, avvenuti anche a seguito della jihad di conquista. Il problema è trasformare ogni contatto culturale in una proprietà islamica.
Bisanzio: il cerimoniale di corte non aspettava Cordova
Un’altra cosa che la favola islamocentrica dimentica volentieri è Bisanzio. Mentre qualcuno oggi racconta l’Europa come un continente in attesa del maestro islamico di galateo, l’Impero bizantino aveva già sviluppato una cultura di corte estremamente cerimoniale, gerarchica e raffinata. Il caso più evidente è il De Ceremoniis di Costantino VII Porfirogenito, compilato nel X secolo, cioè in un ambiente cristiano e bizantino indipendente dalla narrazione andalusa. Quest’opera è un grande manuale del cerimoniale imperiale: processioni, precedenze, protocolli, ricevimento degli ambasciatori, liturgie di corte, banchetti, ordine del servizio, comportamento pubblico del sovrano e organizzazione della vita palatina.
In altre parole, una cultura europea e cristiana del cerimoniale esisteva eccome. Non era necessario aspettare che un musicista persiano arrivato a Cordova spiegasse all’Europa che una corte può avere regole, protocolli, banchetti e formalità.
Il punto non è negare che al-Andalus abbia avuto ambienti di corte ricchi e culturalmente compositi. Il punto è impedire il trucco propagandistico: prendere una corte islamica costruita anche su eredità altrui, trasformarla in fonte assoluta di civiltà e usarla per cancellare Roma, Bisanzio, la cristianità medievale, la Persia pre-islamica e tutte le altre tradizioni che non fanno comodo alla favola. La raffinatezza di corte non nasce con Ziryab. E soprattutto non nasce con l’Islam.
Persia pre-islamica: la raffinatezza che l’Islam assorbì e poi rivendette
C’è poi un’altra grande rimossa della propaganda islamocentrica: la Persia pre-islamica. Prima dell’Islam, la Persia sasanide aveva già una cultura di corte raffinatissima, con musica, cerimoniale, gerarchie, banchetti, etichetta, strumenti musicali e forme di rappresentazione del potere estremamente sviluppate.
Dopo la conquista araba, molta di questa cultura non sparì. Fu assorbita, rielaborata e incorporata nel mondo islamico, soprattutto nella corte abbaside di Baghdad. E qui nasce uno dei più grandi equivoci della propaganda: tutto ciò che il mondo islamico assorbì dai popoli conquistati viene poi presentato come se fosse nato dall’Islam stesso. Ma trasmettere non significa inventare. Conquistare non significa creare. Assorbire non significa originare.
La corte abbaside, da cui proveniva Ziryab, non era un laboratorio culturale puramente arabo-islamico nato dal nulla. Era un mondo composito, profondamente segnato da eredità persiane, greche, siriache, mesopotamiche e tardoantiche. Quindi quando Ziryab arriva a Cordova portando gusti, musica, stile e raffinatezze orientali, non sta portando semplicemente “l’Islam”. Sta portando un miscuglio di tradizioni precedenti e stratificate, molte delle quali non erano affatto islamiche all’origine.
Anche questo è un punto fondamentale. L’islamocentrismo vuole farci credere che l’Islam sia la fonte. Molto spesso, invece, fu il contenitore.
“Ci furono influenze” non significa “l’Islam inventò tutto”
Questa è la distinzione che manda in crisi l’islamocentrismo. Che vi siano state influenze arabe o islamiche nel Mediterraneo medievale è ovvio. Nessuno storico serio lo nega. Il punto è un altro: influenza non significa paternità assoluta. Prestito non significa invenzione. Circolazione non significa monopolio. Contatto non significa superiorità. E non significa nemmeno automaticamente miglioramento. Una cultura può influenzarne un’altra anche conquistando, assorbendo e sfruttando patrimoni precedenti. Nel caso islamico, molta della cosiddetta “grandezza” medievale nacque proprio dall’assimilazione di eredità greche, persiane, siriache, cristiane, ebraiche, mesopotamiche e bizantine; e quando quella fase di assorbimento si esaurì, molte società islamiche entrarono progressivamente in stagnazione, mentre l’Europa sviluppò rivoluzione scientifica, modernità politica, libertà individuali e progresso industriale.
Dire che in Sicilia, in Spagna o nel Mediterraneo siano circolati saperi arabi, greci, latini ed ebraici è corretto. Dire invece che l’Europa debba all’Islam le buone maniere a tavola, la musica, la scienza, il galateo, la cucina e la civiltà è propaganda.
Federico II e Alfonso X ebbero corti cosmopolite? Sì. Circolarono saperi arabi, greci, latini ed ebraici? Sì. Ci furono traduzioni, scambi, mediazioni e influenze? Sì. Questo però non autorizza a saltare direttamente alla conclusione che la “mise en place” francese derivi da un musicista persiano dell’800. Quello non è metodo storico. È ginnastica ideologica.
La piccola ironia: l’Islam che avrebbe insegnato la tavola all’Europa… mentre mangia ancora con le mani
C’è poi una piccola ironia che i cantori della “mise en place islamica” sembrano dimenticare: in ampie parti del mondo musulmano, ancora oggi, mangiare con le mani non è affatto percepito come un’abitudine da superare, ma come una pratica normale, tradizionale e spesso perfettamente coerente con il modello religioso della Sunnah.
Il punto non è fingere stupore davanti a pratiche che nel mondo musulmano sono ancora oggi molto diffuse: mangiare con la mano destra, usare le dita, condividere il cibo da un grande vassoio comune, prendere il boccone dalla propria parte del piatto. Chiunque abbia visto pasti tradizionali in contesti magrebini, mediorientali o più in generale islamici sa benissimo che non stiamo parlando di un’eccezione folkloristica, ma di un’abitudine viva, normale e spesso collegata anche al modello religioso della Sunnah. Il punto è un altro: risulta piuttosto comico presentare l’Islam come grande maestro europeo della tavola moderna, dei bicchieri di cristallo, del galateo aristocratico e della “mise en place” francese, quando la stessa tradizione islamica conserva come comportamento esemplare il pasto consumato con la mano destra, con le dita, spesso da un piatto comune, e persino il leccarsi le dita dopo aver mangiato.
In Sahih al-Bukhari 5376, Maometto avrebbe detto a un giovane: “menziona il nome di Allah, mangia con la mano destra e mangia da ciò che ti è vicino nel piatto”. La tradizione islamica conserva dunque come comportamento esemplare il mangiare con la mano destra e dal lato del piatto più vicino. In altre tradizioni islamiche, Maometto viene descritto mentre mangia con tre dita e le lecca dopo aver finito. Anche qui: non stiamo parlando di un dettaglio marginale della cultura popolare, ma di comportamenti presentati come imitazione del Profeta.
Ora, una cultura può benissimo avere le proprie abitudini alimentari. Ma allora bisogna scegliere: o si rivendica la semplicità profetica del mangiare con la mano, oppure si pretende di aver insegnato all’Europa la raffinatezza della tavola moderna. Tenere insieme entrambe le cose diventa un esercizio di equilibrismo propagandistico.
Non si può avere tutto: la semplicità della Sunnah quando conviene e la raffinatezza da ristorante stellato quando serve vantarsi davanti all’Occidente.
Anche qui, la questione non è negare che Ziryab o al-Andalus possano aver influenzato certi ambienti di corte. La questione è smontare l’esagerazione: dall’eventuale influenza di una corte andalusa non si può dedurre che l’Islam abbia insegnato all’Europa “come si sta a tavola”. Soprattutto quando la stessa tradizione islamica normativa conserva come modello il pasto consumato con la mano, con le dita, spesso da un piatto condiviso e senza alcuna traccia di quella mise en place moderna che oggi qualcuno vorrebbe retrodatare, con molta fantasia, alla Cordova del IX secolo.
La “mise en place” non nasce a Cordova
Arriviamo alla parte più grottesca: la mise en place. Nel linguaggio culinario moderno, “mise en place” indica la preparazione e l’organizzazione preventiva di ingredienti, strumenti e postazione di lavoro prima del servizio o della cottura. È un concetto tecnico della cucina professionale francese. Non significa semplicemente “mettere i piatti in ordine”. Non significa “mangiare con eleganza”. Non significa “servire prima la zuppa e poi il dolce”. E soprattutto non significa “Ziryab ha insegnato agli europei come apparecchiare”.
La mise en place, come la intendiamo oggi, appartiene alla cultura della cucina professionale moderna, in particolare francese, ed è legata all’organizzazione razionale delle cucine, alla disciplina del servizio e alla struttura delle brigate di cucina, codificate soprattutto tra Ottocento e Novecento.
Il sito dell’Auguste Escoffier School of Culinary Arts definisce la mise en place come la pratica di preparare e organizzare spazio di lavoro, ingredienti e strumenti prima di iniziare a cucinare. Non come “galateo islamico medievale”. Non come “ordine delle portate di Cordova”. Non come “Ziryab che insegna ai rozzi europei a mettere il bicchiere al posto giusto”.
La moderna organizzazione delle cucine professionali viene normalmente collegata alla tradizione francese e al sistema della brigata di cucina di Auguste Escoffier, non alla Cordova del IX secolo. Attribuire la mise en place a Ziryab è quindi un anacronismo bello e buono: significa prendere una parola francese moderna, un concetto tecnico moderno, proiettarli indietro di mille anni e poi appiccicarli a Cordova per fare propaganda.
È un po’ come dire che Giulio Cesare inventò il project management perché organizzava le legioni. Suggestivo, forse. Storicamente ridicolo.
Il solito metodo: cherry-picking e orgoglio ferito
Il risultato è il solito cherry-picking storico: si seleziona un frammento utile, si ignorano tutti i precedenti scomodi, si gonfiano le fonti tarde, si sorvola sull’assenza di prove dirette e si confeziona il messaggio finale: “Vedete? Anche le buone maniere europee vengono dall’Islam”.
No. La storia è molto più seria di così. Ziryab può probabilmente aver portato gusti, mode e raffinatezze nella Cordova del suo tempo. Può probabilmente aver influenzato ambienti di corte. Può essere stato una figura culturale importante. Ma trasformarlo nell’inventore della musica andalusa, del galateo europeo, delle portate in sequenza, dei bicchieri eleganti e della mise en place è un salto enorme, non una conclusione storica.
È lo stesso schema che vediamo con la scienza, con la granita, con il gelato, con Dante, con la medicina, con la filosofia e con mille altri argomenti: quando serve nobilitare l’immagine dell’Islam, si prende qualunque contatto culturale del passato e lo si trasforma in prova del fatto che l’Europa avrebbe imparato tutto dal mondo musulmano.
Questa non è storia. È islamocentrismo da social.
Il passato islamico come stampella del presente
C’è poi un aspetto più profondo. Queste narrazioni non nascono nel vuoto. Servono spesso a compensare un problema evidente: il mondo musulmano contemporaneo, nel suo complesso, fatica enormemente su libertà individuali, diritti delle donne, libertà religiosa, libertà di espressione, innovazione scientifica, sviluppo economico, pluralismo politico e laicità.
Di fronte a questo ritardo, invece di interrogarsi sulle cause culturali, religiose e politiche di tale condizione, una certa propaganda preferisce rifugiarsi nel passato. E così il discorso diventa sempre lo stesso: “Una volta eravamo grandi”. “L’Europa ci deve tutto”. “Senza di noi non avreste scienza, medicina, filosofia, cucina, musica, gelato, granita, galateo e forse neppure il cucchiaio”.
È un meccanismo psicologico e ideologico molto chiaro: se il presente è difficile da difendere, si mitizza il passato. E se il passato non basta, lo si gonfia. Ziryab diventa allora perfetto: figura realmente esistita, abbastanza lontana nel tempo da permettere ogni abbellimento, abbastanza suggestiva da funzionare sui social, abbastanza leggendaria da essere usata come simbolo.
Il problema è che la storia non dovrebbe servire a curare l’autostima ferita di una civiltà religiosa. Dovrebbe servire a capire i fatti.
Trasmettere non significa creare
Il caso Ziryab è quindi doppiamente istruttivo. Non solo le sue presunte innovazioni conviviali poggiano su fonti tarde e su salti logici enormi, ma persino il suo ruolo musicale viene spesso presentato ignorando il retroterra persiano, romano, bizantino e pre-islamico da cui provenivano molti degli elementi poi assorbiti dal mondo arabo-islamico.
Il problema non è riconoscere che l’Islam storico abbia trasmesso qualcosa. Il problema è fingere che tutto ciò che ha trasmesso lo abbia anche creato, come se nessun’altra civiltà avesse prodotto, custodito o potuto sviluppare autonomamente quelle stesse conoscenze. Questa è la grande manipolazione dell’islamocentrismo: trasformare l’Islam da mediatore storico in origine assoluta; da contenitore in creatore; da erede in padre fondatore. Ma la storia non è una gara di appropriazione culturale. E soprattutto non può essere riscritta per soddisfare l’orgoglio religioso di oggi.
La storia vera è più complessa della propaganda
La storia vera è più complicata, più stratificata e molto meno “islamica” di quanto si voglia far credere. È fatta di scambi, conflitti, prestiti, guerre, conquiste, traduzioni, appropriazioni, continuità romane, eredità greche, cultura cristiana, mediazioni ebraiche, mondo bizantino, corti europee, commerci mediterranei e anche contributi provenienti dal mondo islamico. Anche. Non solo. Ed è proprio questa piccola parola — “anche” — che manda in crisi la propaganda. Perché l’islamocentrismo non vuole una storia complessa. Vuole una storia comoda. Una storia in cui l’Islam appare sempre come maestro, fonte, origine, luce, raffinatezza, civiltà; e l’Europa come allieva rozza, ingrata e smemorata.
Ma questa non è storia. È marketing identitario. E spesso nemmeno fatto bene.
Conclusione: Ziryab sì, le leggende no
Ziryab merita certamente di essere studiato come figura della Cordova omayyade. Può essere stato un musicista di talento, un uomo di corte influente, un veicolo di mode e raffinatezze provenienti dall’ambiente abbaside. Ma da qui a trasformarlo nell’inventore delle buone maniere europee a tavola ce ne passa. Da qui ad attribuirgli la mise en place francese moderna ce ne passa ancora di più.
E da qui a usarlo come prova che l’Islam avrebbe insegnato la civiltà all’Europa, siamo ormai fuori dalla storia e dentro la propaganda. Ziryab può restare nella storia. Le favole islamocentriche, invece, possono tranquillamente restare dove sono nate: nei post virali scritti per chi confonde una leggenda ben apparecchiata con una prova storica.
La tavola è grande, certo. Ma non abbastanza da farci ingoiare qualunque cosa.
Fonti e riferimenti utili
- Dwight F. Reynolds, Al-Maqqari’s Ziryab: The Making of a Myth, Middle Eastern Literatures, 2008.
- Metropolitan Museum of Art, The Roman Banquet.
- Petronio, Satyricon, episodio della Cena Trimalchionis.
- Apicio, De re coquinaria.
- Costantino VII Porfirogenito, De Ceremoniis.
- Encyclopaedia Iranica, voce Barbaṭ.
- Sahih al-Bukhari 5376, hadith sul mangiare con la mano destra e da ciò che è vicino nel piatto.
- Auguste Escoffier School of Culinary Arts, definizione moderna di mise en place.
- Le Cordon Bleu, spiegazione del sistema moderno della brigata di cucina.
