Si può criticare l’Islam senza conoscere l’arabo?

«Non puoi criticare l’Islam se non conosci l’arabo.» È una delle obiezioni più ricorrenti quando si citano il Corano, gli hadith o altre fonti islamiche in traduzione. Invece di dimostrare che il testo citato è stato tradotto male, si sposta la discussione sulla competenza linguistica di chi lo cita: non conosci l’arabo, quindi non puoi sapere cosa significa veramente il Corano; non sei arabofono, quindi non puoi giudicare una traduzione; non hai studiato abbastanza arabo classico, quindi la tua critica sarebbe priva di valore.

L’argomento può sembrare forte, ma confonde due questioni completamente diverse. Conoscere l’arabo permette di analizzare direttamente il testo originale ed è quindi un enorme vantaggio. Non ne consegue però che una persona incapace di leggere autonomamente l’arabo non possa comprendere correttamente una fonte attraverso traduzioni affidabili, confronti fra traduzioni, dizionari, grammatiche, tafsīr e studi specialistici. Se così fosse, gran parte della conoscenza umana diventerebbe impossibile fuori dalla lingua nella quale è stata originariamente prodotta.

La domanda corretta non è dunque: «Il critico conosce l’arabo?». La domanda corretta è molto più semplice: «La traduzione che sta utilizzando è corretta?». Se è sbagliata, bisogna dimostrarlo sul testo. Se è corretta, la lingua madre del critico non modifica ciò che la fonte dice.

Tradurre non significa riprodurre perfettamente una lingua

Nessuna traduzione complessa è una fotografia perfetta dell’originale. Le lingue possiedono strutture grammaticali differenti, campi semantici non perfettamente sovrapponibili, idiomi, metafore, giochi di parole e riferimenti culturali che possono richiedere spiegazioni. Questo vale per il Corano come vale per Omero, la Bibbia, Shakespeare, Dante o qualsiasi altro testo antico.

Gli studi sulla traduzione coranica discutono ampiamente problemi di polisemia, ambiguità, ellissi sintattiche, metafore, terminologia religiosa e possibili perdite semantiche. Da questo dato, tuttavia, non segue l’impossibilità di tradurre il significato. Segue soltanto qualcosa di molto meno spettacolare: alcuni passi sono più difficili da tradurre di altri e alcune traduzioni sono migliori di altre.

Confondere «una traduzione non riproduce ogni proprietà dell’originale» con «una traduzione non permette di conoscerne il contenuto» sarebbe assurdo in qualsiasi altro campo. Una traduzione italiana di Aristotele non riproduce tutte le caratteristiche del greco antico, ma consente comunque di sapere che cosa Aristotele sosteneva. Una traduzione di Tacito non trasferisce il latino in italiano senza alcuna perdita, ma nessuno sostiene seriamente che soltanto chi legge correntemente il latino possa discutere dell’Impero romano.

Per il Corano dovrebbe valere lo stesso principio.

Un esempio elementare: «Allah è Uno»

Prendiamo uno dei versetti più semplici del Corano:

قُلْ هُوَ ٱللَّهُ أَحَدٌ

Qul huwa Allāhu aḥad.

Corano 112:1.

Il significato fondamentale può essere reso in italiano con: «Di’: Egli, Allah, è Uno».

Che cosa accade quando un lettore competente dell’arabo legge quella frase? Riconosce determinati segni, parole e strutture linguistiche e attribuisce loro un significato. Se ha compreso quel significato, può comunicarlo a una persona che parla un’altra lingua. È precisamente ciò che chiamiamo traduzione.

Naturalmente si può poi discutere della migliore resa di aḥad, delle sue sfumature teologiche, del rapporto con gli altri versetti della sura o della differenza fra «uno» e «unico». Ma questa discussione dimostra esattamente il contrario dell’intraducibilità assoluta: stiamo discutendo di come rendere più precisamente un significato che può comunque essere comunicato.

Se il Corano fosse realmente incomprensibile in traduzione, il problema riguarderebbe prima di tutto i musulmani

Qui l’obiezione produce una conseguenza difficile da evitare. La maggioranza dei musulmani del mondo non è madrelingua araba. Comunità musulmane enormi vivono in Indonesia, Pakistan, Bangladesh, India, Iran, Turchia, Asia centrale, Africa subsahariana, Europa e altrove. Milioni di fedeli imparano a recitare alcune parti del Corano in arabo senza possedere una conoscenza linguistica sufficiente per comprenderne autonomamente il significato.

Per conoscere ciò che il Corano insegna devono quindi ricorrere proprio a ciò che l’obiezione rivolta al critico vorrebbe rendere sospetto: traduzioni e spiegazioni.

Se una traduzione fosse strutturalmente incapace di comunicare ciò che il Corano significa, il problema non riguarderebbe innanzitutto i critici occidentali. Riguarderebbe milioni di musulmani che conoscono buona parte del contenuto della propria religione mediante traduzioni, lezioni, commenti e spiegazioni nella propria lingua.

Conoscere l’arabo non significa automaticamente conoscere il Corano

C’è poi un secondo problema. L’obiezione «non conosci l’arabo» lascia spesso intendere che un arabofono possieda una sorta di accesso privilegiato e immediato al vero significato del testo coranico. Ma essere madrelingua e possedere competenza specialistica sono due cose completamente differenti.

Un italiano sa parlare italiano. Questo non significa che sia automaticamente competente nella lingua di Dante, nella filologia romanza, nella semantica medievale, nella paleografia o nell’interpretazione di un documento giuridico del XIII secolo. Potrà certamente riconoscere molto più facilmente numerose parole e strutture, ma davanti a un testo storico complesso dovrà comunque ricorrere a strumenti specialistici.

Lo stesso vale per il Corano. L’arabo coranico non coincide semplicemente con l’arabo parlato oggi da un egiziano, un marocchino, un siriano o un saudita. Comprendere problemi complessi del testo può richiedere grammatica classica, lessicografia storica, conoscenza dell’esegesi, studio delle diverse letture canoniche, contesto della tarda antichità e confronto con l’uso di determinate radici in altri passi coranici.

Essere arabofono è quindi un vantaggio linguistico evidente. Non conferisce però infallibilità esegetica.

La stessa esistenza del tafsīr smentisce il mito del significato automaticamente evidente

La prova più evidente viene dalla stessa tradizione islamica. Intorno al Corano si è sviluppata un’immensa letteratura di tafsīr, cioè di commento ed esegesi. Gli esegeti musulmani hanno discusso per secoli sul significato di parole, costruzioni grammaticali, riferimenti storici, destinatari dei versetti, motivi della rivelazione e conseguenze giuridiche. Come abbiamo mostrato anche nell’approfondimento Il Corano è davvero un «Libro chiaro»? Qirāʾāt, tafsīr e interpretazioni, la conoscenza dell’arabo non ha mai eliminato la necessità dell’interpretazione né prodotto una lettura univoca del testo.

Gli interpreti musulmani non sono sempre arrivati alle stesse conclusioni.

Questo dato è decisivo. Se conoscere l’arabo consentisse automaticamente di accedere al significato corretto del Corano, gran parte della storia dell’esegesi islamica sarebbe inspiegabile. Gli antichi commentatori conoscevano l’arabo enormemente meglio della quasi totalità degli apologeti contemporanei e potevano attingere a tradizioni linguistiche assai più vicine all’ambiente nel quale il testo si era formato. Eppure discutevano, proponevano interpretazioni differenti e talvolta trasmettevano più spiegazioni possibili dello stesso passo.

Tradurre significa inevitabilmente operare delle scelte, e alcune traduzioni incorporano nel testo una particolare interpretazione fra quelle possibili. È una ragione per confrontare le traduzioni e risalire all’originale nei casi controversi, non una ragione per dichiarare impossibile qualsiasi utilizzo critico delle traduzioni.

Quando l’arabo serve davvero

Noi di Islamicamentando non sosteniamo che conoscere l’arabo sia inutile. Sarebbe una posizione indifendibile.

Ci sono casi nei quali l’originale arabo diventa essenziale. Se un’argomentazione dipende dal significato preciso di una singola parola, da una costruzione grammaticale ambigua, da una particolare forma verbale, da un pronome dal referente discusso, da una variante di lettura o da un gioco linguistico, allora bisogna verificare il testo arabo e consultare gli strumenti filologici appropriati.

Ma da questo non segue che ogni frase del Corano sia linguisticamente controversa.

Prendiamo Corano 8:12. Il testo contiene:

سَأُلْقِي فِي قُلُوبِ ٱلَّذِينَ كَفَرُوا۟ ٱلرُّعْبَ فَٱضْرِبُوا۟ فَوْقَ ٱلْأَعْنَاقِ وَٱضْرِبُوا۟ مِنْهُمْ كُلَّ بَنَانٍ

Traduzioni islamiche autorevoli rendono il passo parlando del terrore gettato nei cuori dei miscredenti e dell’ordine di colpire al collo e alle estremità. Le diverse traduzioni possono scegliere «terrore», «orrore» o formulazioni analoghe e possono rendere diversamente qualche dettaglio anatomico, ma non esiste una trasformazione linguistica capace di convertire quel testo in un insegnamento pacifista.

Lo stesso principio vale in molti altri casi. Una divergenza sulla migliore resa italiana di una parola non cancella automaticamente il contenuto fondamentale della proposizione nella quale compare.

Corano 4:34: quando confrontare le traduzioni è più utile che invocare genericamente l’arabo

Un esempio ancora più istruttivo è Corano 4:34 e la disciplina della moglie, uno dei versetti più discussi riguardo ai rapporti tra marito e moglie. Il verbo ḍaraba ha prodotto una vasta discussione apologetica moderna e alcune traduzioni contemporanee hanno cercato rese alternative.

In un caso del genere l’arabo è effettivamente importante. Ma come si affronta seriamente il problema?

Non dicendo semplicemente al critico «non conosci l’arabo». Bisogna esaminare il verbo, la costruzione sintattica, l’uso lessicale, la tradizione esegetica e giuridica e il modo in cui il passo è stato compreso dagli interpreti musulmani nel corso dei secoli.

Ed è proprio questo tipo di verifica a impedire che l’invocazione dell’arabo diventi una formula magica. Una proposta di traduzione non diventa corretta perché è pronunciata da un arabofono; deve essere sostenuta dalle prove linguistiche e dalla storia interpretativa del testo.

È dunque perfettamente legittimo contestare una traduzione. Ma bisogna farlo filologicamente.

«La traduzione non è il Corano»: vero, ma non risolve la questione

Una risposta frequente consiste nell’affermare che, secondo la concezione islamica tradizionale, soltanto il testo arabo sarebbe propriamente il Corano, mentre una traduzione rappresenterebbe soltanto una «traduzione dei significati» o una forma di interpretazione.

Dal punto di vista della teologia islamica questa distinzione è importante. Ma non dimostra affatto che il significato non possa essere comunicato in un’altra lingua.

Anzi, parlare di «traduzione dei significati» presuppone precisamente che dei significati possano essere trasferiti.

Si può sostenere che la traduzione non conservi la sonorità dell’arabo, la struttura ritmica, tutte le associazioni semantiche, ogni possibile ambiguità e quella che la teologia musulmana considera l’inimitabilità linguistica del Corano. Tutto questo è compatibile con una conclusione molto semplice: una traduzione può comunque comunicare proposizioni, prescrizioni, racconti, minacce, norme e argomentazioni contenute nel testo.

Il problema dell’inimitabilità è quindi distinto dal problema della comprensibilità.

Il doppio standard sulle traduzioni

La fragilità dell’obiezione diventa particolarmente evidente quando si osserva l’uso concreto delle traduzioni nel discorso apologetico.

Quando vengono citati in italiano versetti sulla misericordia, sul perdono, sulla giustizia o sulla protezione della vita, raramente qualcuno interrompe la conversazione chiedendo se chi li sta leggendo abbia studiato grammatica araba classica per vent’anni. Un esempio classico è il celebre «non c’è costrizione nella religione» di Corano 2:256, regolarmente citato in traduzione per presentare l’Islam come religione della libertà religiosa.

Quando invece compare un versetto problematico, l’atteggiamento può cambiare improvvisamente. La traduzione sarebbe troppo letterale, il termine avrebbe decine di significati, il contesto trasformerebbe completamente la frase, soltanto l’arabo permetterebbe di capire, oppure il traduttore occidentale non sarebbe affidabile.

Talvolta queste obiezioni possono essere corrette: esistono davvero traduzioni sbagliate, interpretazioni decontestualizzate e letture linguisticamente insostenibili. Proprio per questo Islamicamentando non sceglie una traduzione perché è la più aggressiva, ma perché è filologicamente difendibile. Quando una resa netta compare già in traduzioni musulmane autorevoli e coincide con grammatica, lessico ed esegesi tradizionale, l’obiezione generica «bisogna conoscere l’arabo» perde gran parte della propria forza.

Una critica seria non teme il controllo dell’originale. Lo pretende.

Le traduzioni musulmane diventano inattendibili soltanto quando creano problemi?

C’è poi un ulteriore paradosso. Molte delle traduzioni utilizzate per analizzare criticamente il Corano non sono state prodotte da polemisti anti-islamici. Sono opera di musulmani, studiosi arabofoni o progetti islamici che dichiarano esplicitamente lo scopo di rendere accessibili i significati del Corano ai non arabofoni.

Il problema diventa allora evidente: non si può presentare una traduzione come strumento attraverso il quale milioni di persone possono conoscere l’Islam e contemporaneamente dichiararla inutilizzabile non appena qualcuno utilizza esattamente quelle parole per criticare l’Islam.

Se una resa è sbagliata, deve essere corretta indipendentemente dal fatto che favorisca o danneggi l’immagine della religione.

Il criterio deve rimanere filologico, non apologetico.

Una traduzione può essere edulcorata

Esiste anche il problema opposto. Non tutte le traduzioni tendono a rendere il testo più duro. Alcune traduzioni moderne introducono parafrasi, parentesi interpretative o scelte lessicali che possono attenuare il significato tradizionalmente attribuito a un versetto.

Questo fenomeno dimostra ancora una volta perché il metodo corretto non sia fidarsi ciecamente di una singola traduzione, ma confrontare più traduzioni, verificare il testo arabo quando necessario e consultare l’esegesi.

Un esempio significativo è Corano 9:29. Traduzioni differenti possono rendere in modo diverso l’espressione conclusiva wa-hum ṣāghirūn. Alcune scelgono formule relativamente attenuate; altre parlano esplicitamente di essere «umiliati», «sottomessi» o «soggiogati».

Davanti a una divergenza del genere non serve stabilire quale traduzione ci piace di più. Bisogna verificare lessico, grammatica e interpretazioni tradizionali.

È esattamente il contrario dell’atteggiamento che stiamo criticando.

L’errore logico: dalle competenze del critico alla verità dell’affermazione

C’è infine un problema logico elementare.

Supponiamo che una persona non conosca una sola parola di arabo e affermi che un determinato versetto significa X. Questa persona potrebbe certamente sbagliarsi. Ma il fatto che non conosca l’arabo non dimostra ancora che X sia falso.

Potrebbe avere citato correttamente una traduzione realizzata da un arabista competente. Potrebbe avere confrontato dieci traduzioni. Potrebbe stare riportando l’interpretazione di al-Ṭabarī, Ibn Kathīr o al-Qurṭubī attraverso una traduzione accademica. Potrebbe aver consultato un’analisi grammaticale parola per parola. Potrebbe semplicemente riportare un significato sul quale traduttori e commentatori concordano.

Per confutarlo bisogna dimostrare dove si trova l’errore.

L’argomento:

«Non conosci l’arabo, quindi quello che dici sul significato del versetto è falso»

non contiene quella dimostrazione.

La competenza del parlante può certamente incidere sull’affidabilità con cui affronta un problema complesso. Ma la verità o falsità di una traduzione dipende dal rapporto fra il testo originale e la sua resa, non dalla biografia della persona che la cita.

Come si confuta davvero una traduzione

Esiste un sistema molto semplice per distinguere una vera obiezione linguistica da una formula utilizzata per interrompere la discussione.

Se qualcuno sostiene che una traduzione del Corano è sbagliata, chiediamogli di mostrare:

  • quale parola araba sarebbe stata tradotta erroneamente;
  • quale significato dovrebbe avere nel contesto;
  • quale elemento grammaticale impedirebbe la traduzione citata;
  • quali dizionari o opere lessicografiche sostengono la resa alternativa;
  • come interpretarono quel termine i principali commentatori musulmani;
  • quali traduzioni autorevoli adottano la nuova interpretazione;
  • perché la traduzione contestata dovrebbe essere abbandonata.

A quel punto esiste finalmente una discussione linguistica.

Dire soltanto «in arabo significa un’altra cosa» non è un’analisi filologica. È un’affermazione che deve ancora essere dimostrata.

L’arabo non è una lingua sottratta alla traduzione

Questa pretesa diventa ancora più interessante se confrontata con la storia stessa della lingua. Come abbiamo mostrato nel nostro approfondimento sulle origini della lingua araba, l’arabo non nasce con l’Islam e non compare improvvisamente con il Corano. È una lingua semitica con una propria storia, sviluppatasi attraverso normali processi linguistici e in contatto con altre lingue e culture della tarda antichità.

Il Corano attribuisce all’arabo un ruolo religioso eccezionale e la tradizione islamica ha elevato il testo arabo a uno status che nessuna traduzione possiede. Questa è una posizione teologica. Non è però una dimostrazione linguistica dell’impossibilità di trasferirne il contenuto in italiano, inglese, persiano, turco o indonesiano.

Una lingua può contenere termini difficilissimi da tradurre. Può richiedere note, spiegazioni e talvolta perfino la conservazione del termine originale. Ma rimane una lingua umana attraverso la quale esseri umani comunicano significati ad altri esseri umani.

Se quei significati possono essere compresi da un arabofono, possono anche essere spiegati a un non arabofono.

Conoscere l’arabo rafforza una critica. Non decide se quella critica è vera

La conclusione non è che l’arabo sia irrilevante. È l’esatto contrario. Più una critica dipende da una questione linguistica sottile, più diventa importante controllare direttamente l’arabo. Per questo un’analisi rigorosa deve confrontare traduzioni, lessico, grammatica ed esegesi ogni volta che il significato è realmente controverso.

Ma trasformare questa esigenza metodologica in una barriera assoluta significa confondere competenza specialistica e possibilità di conoscenza.

Non serve conoscere personalmente il greco antico per sapere che cosa sosteneva Platone, purché si utilizzino traduzioni e studi affidabili. Non serve leggere il latino per discutere una norma romana attraverso edizioni critiche e traduzioni competenti. E non serve diventare arabisti per poter citare correttamente un versetto il cui significato è attestato da traduzioni, dizionari ed esegeti.

Quando invece esiste una vera controversia linguistica, benissimo: apriamo il testo arabo e discutiamola.

Questa dovrebbe essere la regola universale: se una traduzione è sbagliata, dimostratelo indicando la parola tradotta male, spiegando la grammatica, confrontando i dizionari e i tafsīr e proponendo una resa migliore. Fino a quel momento, «non conosci l’arabo» non è una confutazione, ma soltanto un’osservazione sulle competenze dell’interlocutore che lascia completamente intatta la domanda decisiva: il testo citato è stato tradotto correttamente oppure no?

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