Il “Contributo Islamico al Progresso” è un mito storico
Parlare di contributo islamico al progresso è oggi una narrazione politicamente corretta e molto diffusa, ma storicamente infondata. Più corretto e rigoroso è parlare di contributo degli arabi, per due ragioni fondamentali e documentate.
L’Islam è incompatibile con l’uso razionale della ragione
In primo luogo, l’Islam si è dimostrato intrinsecamente incompatibile con quell’uso sistematico e libero della ragione che caratterizzò la Scolastica cristiana medievale. Il rapido declino dei teologi aristotelici nel mondo islamico ne è la prova più evidente: la fede coranica, fondata sull’autorità assoluta della rivelazione, finì per soffocare ogni forma di indagine razionale autonoma.
L’universo arabo non fu mai solo musulmano
In secondo luogo, l’universo arabo non può essere ridotto a una sola fede religiosa, né nel Medioevo né oggi. Intorno all’anno Mille, gli arabi cristiani e i cristiani arabizzati dopo la conquista musulmana costituivano ancora circa la metà della popolazione dei territori islamici. Ridurre il termine «arabi» esclusivamente ai musulmani è quindi un grave anacronismo storiografico.
È vero che alcuni studiosi arabi erano musulmani. Tuttavia, la stragrande maggioranza di coloro che produssero autentico sapere scientifico e filosofico, pur operando in lingua araba, apparteneva ad altre tradizioni religiose. Nei primi secoli dell’espansione islamica era la norma che i califfi si affidassero quasi esclusivamente a cristiani ed ebrei, le élite intellettuali più colte dei territori conquistati.
Gli arabi musulmani provenivano infatti da tribù seminomadi della penisola arabica, culturalmente e scientificamente arretrate. I territori sottomessi erano invece abitati da civiltà molto più avanzate (Bisanzio, comunità siriache, persiane ed ebraiche). I califfi riempirono le loro corti di dotti cristiani: Giovanni Damasceno, Costantino l’Africano, Hunayn ibn Ishaq, Qusta ibn Luqa, Istifan ibn Basil, Ibn Athal, Abu Hakam e Teodoco.
La testimonianza anti-islamica di Nikolaj Gogol (1835)
Particolarmente illuminante è la lucida e coraggiosa analisi di Nikolaj Vasil’evič Gogol, grande scrittore russo e fervente cristiano ortodosso. Nel suo volume Arabeschi (1835), nel saggio «Del Medio Evo», Gogol smonta con straordinaria chiarezza il mito dell’età d’oro islamica.
Riferendosi al califfo al-Ma’mūn della dinastia abbaside, Gogol scrive:
«I visir e gli emiri cercavano di empire le loro corti di dotti nuovi arrivati. Il nobile Al-Mamùn desiderava sinceramente di far felici i suoi sudditi. Ma l’istruzione introdotta da Al-Mamùn rispondeva meno di tutto agli elementi naturali e alla inesauribile immaginazione degli arabi. I principi del politeismo privi di energia, trasformati in giuochi di parole, le idee cristiane che rischiaravano la scienza di allora, facevano un assoluto contrasto con l’ardente natura dell’arabo di cui l’immaginazione sommergeva le deduzioni del freddo ragionamento.»
Gogol sottolinea che al-Ma’mūn, aprendo le porte agli scienziati di tutte le fedi, era andato già troppo lontano:
«I vantaggi concessi ai cristiani non potevano non suscitare nei suoi sudditi l’odio e insieme il disprezzo per le loro istituzioni.»
E conclude con una delle osservazioni più taglienti:
«Dotato di una intelligenza teorica, superiore ai pregiudizi e alle superstizioni, dopo aver studiato più da vicino dei suoi predecessori alcuni dogmi cristiani, egli non poté non vedere tutte le insulsaggini, le innumerevoli contraddizioni che s’incontravano ad ogni passo negli insegnamenti del fanatico creatore del Corano.»
Per Gogol, quindi, il presunto splendore di Baghdad non fu un trionfo dell’Islam, ma un fenomeno artificiale e paradossale: il progresso intellettuale avvenne nonostante l’Islam e grazie alla persistenza del patrimonio greco-cristiano preesistente.
Conclusione
Il tanto celebrato contributo islamico al progresso si rivela storicamente come il risultato di un’assimilazione forzata di conoscenze cristiane, ebraiche e classiche da parte di conquistatori inizialmente primitivi e fanatici. Riconoscere questa realtà non è islamofobia: è semplice onestà intellettuale e fedeltà ai fatti storici.
