L’islam è un muro che imprigiona le società

L’Islam è una religione dell’ortoprassi. Comprendere l’ortoprassi islamica è fondamentale per capire perché Corano, Sunna e sharia non si limitino alla fede personale, ma pretendano di disciplinare il comportamento individuale e l’organizzazione della società. Al di là delle differenze tra sunniti e sciiti, scuole giuridiche e tradizioni locali, l’Islam conserva infatti un nucleo normativo tenace: il Corano come rivelazione definitiva, Maometto come modello da imitare, la Sunna come guida pratica e la legge divina come criterio superiore alla volontà umana.

L’Islam come religione dell’ortoprassi

Per comprendere la capacità dell’Islam di invadere ogni spazio della vita bisogna partire dalla sua natura profondamente ortoprassica. Ortoprassi significa “corretta pratica”: la fedeltà a Dio si misura non soltanto su ciò che si crede, ma sulla conformità dei comportamenti alle prescrizioni religiose.

L’Islam possiede anche un’ortodossia. Il musulmano deve credere nell’unicità di Allah, negli angeli, nei libri, nei profeti, nel giudizio finale e nel decreto divino. Ma la professione di fede non basta. Deve tradursi in una rete minuziosa di atti obbligatori, raccomandati, leciti, riprovevoli e proibiti.

Nel cristianesimo esistono diritto canonico, precetti e discipline ecclesiastiche, ma non un sistema comparabile al fiqh nella pretesa di classificare religiosamente quasi ogni settore della vita privata, familiare, economica e politica.

Nell’Islam, alla domanda «credi in Allah e nel suo messaggero?» segue continuamente una seconda domanda, ben più invasiva: «Ti stai comportando come Allah e Maometto hanno prescritto?»

Una religione che entra anche in bagno

Non basta pregare. Bisogna sapere come compiere il wudu: quali parti del corpo lavare, in quale ordine, quante volte e quali eventi facciano perdere la purezza rituale. Bisogna rivolgersi verso la qibla, rispettare tempi determinati, assumere posture stabilite e pronunciare formule precise. L’omissione di requisiti o atti considerati essenziali può rendere invalida l’abluzione o la preghiera.

La stessa logica raggiunge gli aspetti più banali dell’esistenza. La tradizione classifica religiosamente persino il modo di entrare e uscire dalla latrina, quale mano usare per mangiare e quale per pulirsi, come lavare le parti intime, come dormire, come vestirsi, quali materiali siano proibiti agli uomini, come tagliare baffi e unghie, quando sia lecito avere rapporti sessuali e quali invocazioni pronunciare.

Il dato significativo non è che tutte queste prescrizioni abbiano lo stesso grado di obbligatorietà. È che persino i comportamenti più insignificanti vengono assorbiti nella classificazione religiosa del corretto e dell’incorretto, del raccomandato e del riprovevole, del lecito e del proibito.

Non si tratta di semplice galateo spirituale. Sono comportamenti ricavati dal Corano, dalla Sunna e dall’elaborazione giuridica costruita intorno all’obbligo di imitare Maometto.

L’ortoprassi islamica non si ferma alla moschea. Entra nella cucina, nel bagno, nel letto, nel mercato e nella famiglia. Trasforma la vita quotidiana in un esame permanente di conformità.

L’Islam non propone soltanto una fede. Propone il modo ritenuto corretto di alzarsi, lavarsi, mangiare, vestirsi, pregare, sposarsi, commerciare, ereditare, giudicare e morire. È una religione che non si accontenta dell’anima: pretende il corpo, il comportamento e, appena dispone del potere necessario, anche l’ordinamento sociale.

Kalām e fiqh: ragionare dentro un recinto già chiuso

Il kalām difende e sistematizza i dogmi. Il fiqh elabora le regole applicabili al credente e alla comunità. Entrambe le discipline operano dentro lo stesso recinto: la rivelazione non viene sottoposta al giudizio sovrano dell’uomo; è l’uomo che deve essere ricondotto alla rivelazione.

Il giurista islamico classico non parte dalla domanda: «Quale norma tutela meglio la dignità e la libertà dell’individuo?». Parte dalla domanda: «Quale norma può essere ricavata dal Corano, dalla Sunna e dagli strumenti riconosciuti della giurisprudenza?».

La differenza è radicale. Nel primo caso la legge è uno strumento umano, discutibile, modificabile e revocabile. Nel secondo la legge pretende di tradurre una volontà divina che precede la volontà dell’uomo.

La sharia rappresenta l’ideale della via stabilita da Allah; il fiqh è l’elaborazione umana che tenta di determinarne concretamente le regole. Le scuole possono dissentire sulla soluzione da ricavare dalle fonti. Ciò che rimane è il presupposto decisivo: la fonte ultima della norma non è l’individuo libero e non è la sovranità popolare.

Per misurare l’estensione di questa pretesa normativa si può consultare la nostra Tavola giuridica analitica del Corano.

Dalla shahāda a un’intera vita di obbedienza

La shahāda segna l’ingresso nell’Islam e costituisce il primo dei cinque pilastri. Ma presentare l’Islam come se si esaurisse nei cinque pilastri restituisce un’immagine gravemente ingannevole della sua estensione normativa.

Essi rappresentano soltanto l’ossatura rituale più visibile. Intorno si estende un apparato normativo che disciplina famiglia, matrimonio, divorzio, eredità, alimentazione, abbigliamento, contratti, pene, sessualità, guerra, rapporti con i non musulmani, apostasia e blasfemia.

Il termine stesso islam richiama la sottomissione a Dio. Sul piano normativo questa sottomissione comporta l’accettazione della volontà divina come criterio superiore alla valutazione individuale.

Nella tradizione giuridica il musulmano non qualificato all’interpretazione autonoma segue normalmente l’autorità di una scuola o di un giurista attraverso il taqlīd. La questione morale viene così ricondotta all’interno di un sistema nel quale il problema decisivo non è anzitutto se una norma appaia giusta alla coscienza individuale, ma se sia correttamente derivata dalle fonti riconosciute.

L’obbedienza non rimane quindi un sentimento religioso. Diventa metodo di organizzazione dell’esistenza.

Hisbah: quando la religione sorveglia anche gli altri

Dal comando coranico di «ordinare il bene e proibire il male» si sviluppò il principio della hisbah. Storicamente poteva essere esercitata dall’autorità attraverso il muḥtasib, incaricato di sorvegliare mercati e comportamenti pubblici.

La distinzione moderna tra morale religiosa privata e ordine pubblico non costituisce il presupposto di questo sistema. Se un comportamento viola una norma considerata divina, la sua manifestazione pubblica può cessare di essere una questione esclusivamente personale e diventare materia di controllo collettivo.

Nelle sue forme moderne più oppressive questa logica riappare nelle polizie religiose che controllano abbigliamento femminile, separazione tra i sessi, chiusura degli esercizi durante la preghiera e digiuno pubblico.

Il passaggio possiede una propria coerenza interna: se Allah ha già stabilito il bene e il male, tollerare pubblicamente ciò che Allah ha proibito può essere interpretato non come rispetto della libertà altrui, ma come tolleranza dell’illecito.

Il risultato non è pluralismo. È sorveglianza religiosa.

Coscienza subordinata e apostasia

Sul piano normativo l’individuo non è sovrano nel determinare il bene e il male. Deve riconoscere ciò che Allah ha dichiarato lecito o illecito. La coscienza non giudica la rivelazione: deve piegarsi ad essa.

Questo principio mostra il proprio volto più duro quando il credente decide di non voler più essere credente.

Chi decide di uscire da questo sistema incontra il muro dell’apostasia nella tradizione islamica classica e contemporanea. Le scuole hanno discusso procedure, condizioni e modalità, ma la libertà individuale di abbandonare serenamente l’Islam non è il principio sul quale venne costruito il diritto islamico classico.

La grottesca “pluralità” delle soluzioni giuridiche emerge chiaramente nelle discussioni sulla pena di morte dell’apostata e sul metodo con cui eseguirla. Il centro della discussione non era il moderno diritto dell’individuo di cambiare liberamente religione. La questione diventava come trattare chi aveva abbandonato la fede e, nei casi per i quali era prevista la morte, secondo quali procedure applicarla.

È difficile trovare una dimostrazione più brutale della subordinazione della coscienza individuale alla norma religiosa.

Un muro costruito con regole sacralizzate

Dentro questo recinto sopravvive una vasta casistica nata nell’Arabia tardoantica e costruita intorno alla vita attribuita a Maometto. Essa sottopone alla classificazione religiosa una quantità impressionante di attività quotidiane: successioni, contratti, abbigliamento, alimentazione, igiene, postura, sonno, sessualità, matrimonio e rapporti sociali.

Una legge civile può essere cambiata quando produce ingiustizia. Può essere discussa, corretta, abrogata e sostituita. Nessun legislatore umano deve essere dichiarato infallibile perché una legge venga conservata.

Una norma presentata come derivata da Allah o dall’esempio normativo di Maometto oppone invece una resistenza completamente diversa. Dichiararla ingiusta significa mettere in discussione non soltanto la norma, ma l’autorità della fonte dalla quale pretende di derivare.

È questo il meccanismo della sacralizzazione.

Il problema non è soltanto l’antichità di certe prescrizioni. È il fatto che la loro origine religiosa le sottrae al normale processo con cui una società sottopone le proprie leggi al giudizio degli uomini.

Una regola del VII secolo non rimane necessariamente un reperto storico. Se viene attribuita alla volontà divina o trasformata in modello attraverso Maometto, può diventare norma per ogni epoca.

La ragione ridotta a serva della norma

Quando ogni settore della vita viene preventivamente classificato dalla legge religiosa, la ragione perde la propria sovranità.

Può interpretare la norma, discuterne l’applicazione, distinguere casi, confrontare testimonianze, elaborare analogie e risolvere conflitti tra fonti. Non può però rivendicare serenamente il diritto di collocarsi sopra la rivelazione e dichiarare: questa prescrizione attribuita ad Allah è ingiusta, quindi deve essere respinta.

Il recinto viene prima del ragionamento. La ragione è ammessa finché opera al suo interno.

La domanda fondamentale cessa allora di essere: «Questa norma è razionale, umana e giusta?». Diventa: «Questa norma è stata prescritta da Allah o trasmessa autorevolmente da Maometto?».

Una volta riconosciuta l’origine divina della prescrizione, il giudizio morale dell’individuo viene subordinato alla fonte.

La ragione può discutere che cosa significhi la norma, quando si applichi, quali eccezioni ammetta e quale interpretazione sia corretta. Ciò che non può fare senza entrare in conflitto con il sistema è rivendicare la propria sovranità sulla rivelazione.

È una ragione occupata a calcolare i confini della gabbia, non a chiedersi se la gabbia debba esistere.

Anche arte, musica e fantasia devono chiedere il permesso

Il dominio della classificazione religiosa non si arresta neppure davanti alla creatività.

Immagini figurative, musica e strumenti musicali, poesia, rappresentazione della sessualità, rapporti tra uomini e donne e contenuti religiosi sono stati sottoposti al giudizio del lecito e dell’illecito.

La questione fondamentale rimane la stessa: l’attività umana non possiede uno spazio autonomo per principio. Deve prima essere collocata dentro una categoria normativa.

La creatività non è semplicemente libera finché non danneggia qualcuno. Deve essere compatibile con ciò che le fonti e i giuristi ritengono consentito.

Persino la fantasia deve presentarsi davanti al tribunale della conformità.

Dalla persona alla società intera

Una religione che attribuisce origine divina alle norme che regolano matrimonio, eredità, sessualità, rapporti economici, pene, guerra e rapporti con i non musulmani non contiene in sé il principio della propria privatizzazione.

L’ortoprassi individuale conduce direttamente alla questione politica.

Se Allah ha stabilito una norma, perché lo Stato dovrebbe ignorarla? Se la sharia esprime la volontà divina, perché una maggioranza parlamentare dovrebbe poterla contraddire? Se ciò che Allah ha proibito rimane proibito indipendentemente dal voto degli uomini, quale sovranità resta realmente al legislatore umano?

La stessa struttura normativa che stabilisce come compiere le abluzioni o celebrare un matrimonio si estende a tribunali, famiglia, successioni, economia, pene, guerra e status dei non musulmani.

La tradizione islamica classica non nasce dalla separazione tra fede privata e ordinamento pubblico. Nasce dall’unione di predicazione, comunità, diritto e potere politico. Maometto non fu soltanto predicatore: fu anche capo politico, giudice e comandante militare.

La laicizzazione richiede precisamente l’operazione opposta: sottrarre alla norma religiosa il potere di determinare ciò che la società deve imporre per legge.

Il conflitto è strutturale.

Se Allah è il legislatore supremo, la sovranità umana non può essere piena. Se invece una società riconosce agli uomini il diritto di approvare, modificare o respingere liberamente qualsiasi norma, compresa quella attribuita alla rivelazione, allora è la pretesa politica della sharia a essere stata subordinata all’uomo.

Non possono essere entrambe sovrane nello stesso momento.

Culture diverse, medesimo recinto normativo

Nel mondo musulmano esistono culture, lingue, tradizioni e livelli di osservanza profondamente differenti. La varietà delle società non cancella però il repertorio normativo comune: Corano, Maometto, Sunna, sharia, cinque pilastri, distinzione tra lecito e illecito.

Cambiano le società. Rimane il problema della fonte della norma.

Una società può modernizzarsi economicamente, costruire grattacieli, importare tecnologie, creare università, acquistare automobili di lusso e sviluppare infrastrutture avveniristiche. Nulla di tutto questo comporta automaticamente la liberazione dell’individuo dalla tutela religiosa.

La modernizzazione materiale non equivale alla modernizzazione politica e morale.

I petrodollari possono comprare università, satelliti e armi sofisticate. Non possono acquistare automaticamente libertà di coscienza, uguaglianza religiosa o diritto di abbandonare impunemente la fede.

Islam, potere politico e sovranità negata all’uomo

Nella concezione politico-giuridica islamica classica, il lecito e l’illecito non nascono dalla sovranità popolare. Sono determinati da Allah.

Il legislatore umano non è quindi pienamente sovrano: deve operare entro i limiti della legge divina.

Qui emerge il conflitto fondamentale tra un ordinamento fondato sulla sovranità della rivelazione e uno fondato sulla sovranità dell’uomo.

In una società realmente laica nessun testo religioso possiede diritto di veto sulla legge. Una norma può essere respinta anche se una religione la considera divina. Il cittadino non deve dimostrare che una prescrizione sacra sia stata interpretata male: può semplicemente rifiutarla come criterio della legislazione comune.

È precisamente questa libertà che rovescia il rapporto tradizionale.

Non è più l’uomo a dover dimostrare la propria conformità alla legge divina. È la norma religiosa che, se vuole diventare legge dello Stato, deve sottoporsi al giudizio degli uomini.

Togliere alla religione il potere di stabilire la legge significa ridurla a scelta privata. Questa riduzione contraddice la pretesa tradizionale dell’Islam di governare anche la società.

Il prezzo storico dell’ortoprassi

Sacralizzare la norma significa renderne più difficile la revisione. Subordinare la coscienza alla rivelazione significa ostacolare l’emancipazione dell’individuo dall’autorità religiosa. Collocare il diritto divino sopra quello umano significa restringere lo spazio nel quale possono svilupparsi sovranità popolare, libertà di coscienza e autonomia della legislazione.

L’ortoprassi islamica ha quindi un prezzo storico.

Il problema non consiste semplicemente nell’esistenza di regole severe, ma nella loro sottrazione al normale processo di critica e revisione: ciò che viene attribuito ad Allah o trasformato in modello attraverso Maometto non può essere abbandonato con la stessa facilità con cui una società abroga una legge umana.

Una società capace di dichiarare superata qualsiasi norma possiede uno strumento fondamentale di adattamento. Una società nella quale determinate norme vengono ricondotte alla volontà perfetta di Dio deve invece affrontare un problema molto più profondo: modificare la norma significa trovare un modo per modificare l’applicazione senza ammettere che la fonte divina fosse sbagliata.

È una delle chiavi strutturali per comprendere il declino del mondo islamico: l’autonomia dell’individuo, della ragione e della legge ha dovuto confrontarsi con un sistema che aveva già dichiarato sacri i propri confini.

Il problema emerge anche osservando come la diffusione dell’Islam abbia interrotto o assorbito tradizioni scientifiche e culturali precedenti.

Il “cerchio di ferro” di Ernest Renan

Nel 1883 Ernest Renan descrisse il rapporto tra Islam e libertà intellettuale con parole durissime. La terminologia ottocentesca di Renan appartiene al suo tempo; il nucleo della sua accusa riguarda invece il potere di una religione normativa di chiudere la mente dentro un sistema dichiarato definitivo.

Liquidare il giudizio senza affrontare questo problema significherebbe evitare la questione centrale: che cosa accade alla libertà della ragione quando la verità fondamentale è considerata già rivelata e la legge ultima già stabilita?

«Chiunque sia sommariamente aggiornato sulle questioni del nostro tempo vede chiaramente l’inferiorità dei Paesi musulmani […] Chi è stato in Oriente o in Africa è colpito dal limite fatale che imprigiona la mente di un vero credente, da questa specie di cerchio di ferro che serra la sua testa rendendola completamente refrattaria alla scienza.»

«La catena più pesante che l’umanità abbia mai portato.»

Conclusione

L’Islam conserva un nucleo normativo tenace: Allah come legislatore sovrano, il Corano come rivelazione definitiva, Maometto come modello, la Sunna come guida pratica e la sharia come ideale di ordinamento.

Da questo nucleo nasce una religione dell’ortoprassi che non si limita a dire all’uomo che cosa credere. Pretende di stabilire come debba lavarsi, pregare, mangiare, vestirsi, sposarsi, commerciare, ereditare, giudicare e rapportarsi con chi non crede.

Il percorso è coerente dall’inizio alla fine: Allah comanda, Maometto fornisce il modello, Corano e Sunna alimentano la norma, il fiqh la articola, l’ortoprassi disciplina l’individuo e la sharia proietta quella disciplina sull’ordine sociale.

A quel punto il conflitto con l’autonomia umana non è accidentale. È inevitabile.

Se la norma è divina, l’uomo non è sovrano nel giudicarla. Se Maometto costituisce il modello normativo, il suo comportamento non appartiene semplicemente alla storia, ma continua a reclamare imitazione. Se la sharia rappresenta la volontà superiore di Allah, la legge umana rimane legittima soltanto finché non pretende di oltrepassarla.

Questa regolamentazione non è un incidente periferico né una deformazione estranea alle fonti. È la conseguenza della pretesa di trasformare la volontà divina in comportamento obbligatorio.

Quando rimane confinata alla scelta personale, restringe la libertà del credente. Quando conquista la società e lo Stato, restringe la libertà di tutti.

L’Islam non propone soltanto una via spirituale. Pretende di trasformare l’intera esistenza in obbedienza codificata. Il muro non è costruito nonostante le sue fonti: è costruito con le sue fonti.

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