di Alberto Aldrovandi
Quando leggerai queste righe, forse ti sembrerà incredibile scoprire che sapevamo già tutto.
Non i dettagli, certo. Nessuno poteva conoscere in anticipo il giorno, il luogo, la forma precisa della frattura. Non posso sapere se tu viva in un’Europa attraversata da una guerra civile a bassa intensità, da attentati ricorrenti, da quartieri sottratti alla legge comune, da uno scenario simile alla vecchia Irlanda del Nord, o da qualcosa di ancora più grave: un Libano europeo, in cui il corpo nazionale si è ormai separato in comunità ostili, ciascuna con le proprie paure, i propri codici, i propri capi, la propria legge.
Eppure una cosa la sapevamo: la radicalità dell’islamismo, la sua ambizione politica, la sua incompatibilità con la libertà di coscienza, con l’uguaglianza giuridica, con la critica religiosa, con il diritto dello Stato a essere l’unica fonte della legge civile. Sapevamo che non era una semplice “differenza culturale”. Sapevamo che non era soltanto folklore religioso. Sapevamo che, dove la sharia pretende spazio pubblico, lo Stato di diritto arretra.
“Ma allora perché non avete fatto niente?”, potresti chiedere. “Perché avete lasciato che accadesse?”
La risposta è amara: abbiamo fatto quello che potevamo, dentro un tempo in cui anche nominare il problema significava esporsi alla diffamazione, alla censura, all’isolamento sociale, alla morte civile. In alcuni casi, alla minaccia fisica.
Bastava ragionare sull’islamismo per essere accusati di razzismo. Bastava citare il Corano, gli hadith, la sira, i manuali giuridici, le fatwa, i predicatori, i casi concreti, perché qualcuno spostasse subito il discorso: non più la dottrina, non più la legge islamica, non più la persecuzione degli apostati, non più la condizione delle donne, non più il disprezzo per gli infedeli, ma tu. Tu eri il problema. Tu eri “l’odio”. Tu eri “l’estremista”. Tu eri “il pericolo”.
La realtà veniva assolta; chi la descriveva veniva processato.
Le élite occidentali erano ostili, spesso stupide, quasi sempre vigliacche. I popoli venivano mantenuti in uno stato di ignoranza morale: dovevano credere che ogni cultura fosse equivalente, ogni religione ugualmente compatibile con la democrazia, ogni conflitto riconducibile alla povertà, al colonialismo, all’esclusione sociale, alla nostra incapacità di accogliere.
Intanto chi criticava l’islamismo veniva trattato come un fastidio da gestire, non come una sentinella da ascoltare. Quando lo Stato era costretto a proteggere uno scrittore, un giornalista, un docente, un ex musulmano, un vignettista o un intellettuale minacciato, lo faceva quasi con imbarazzo. Non perché quella libertà fosse considerata sacra, ma perché “non siamo come loro”. Una formula miserabile: non la difesa orgogliosa della civiltà giuridica europea, ma una specie di obbligo igienico, una concessione sgradevole fatta a persone giudicate imprudenti, provocatorie, quasi colpevoli di essersi messe nei guai da sole.
C’era più indulgenza per chi teorizzava ogni trasgressione, purché parlasse il linguaggio della sinistra libertaria, che per chi osava criticare l’islam politico. E quando pratiche intollerabili venivano giustificate, minimizzate o relativizzate dentro l’universo islamico, il riflesso era sempre lo stesso: contestualizzare, comprendere, spiegare, attenuare. Le vittime venivano sepolte sotto l’antropologia. Le donne sotto il multiculturalismo. Gli ex musulmani sotto la prudenza. I cristiani perseguitati sotto il silenzio.
L’atteggiamento delle democrazie occidentali ricordava quello delle potenze europee davanti al fascismo prima della catastrofe: non provocare, non irrigidire, non esasperare, non “stuzzicare”. Lasciamoli fare. È la loro cultura. Sono sensibilità diverse. La libertà di parola vale quando si colpisce il cristianesimo, l’Occidente, la nazione, la famiglia, la tradizione; diventa improvvisamente “irresponsabile” quando tocca l’Islam.
Così la legge islamica veniva lasciata entrare non con un colpo di Stato, ma per infiltrazione morale.
Prima in casa.
Poi nel quartiere.
Poi nei rapporti familiari.
Poi nella scuola.
Poi nei luoghi di lavoro.
Poi nei tribunali, sotto forma di attenuanti culturali.
Poi nel linguaggio pubblico, sotto forma di divieti non scritti.
La relazione coniugale islamica? “È diversa dalla nostra.”
Il controllo sulla donna? “Bisogna capire il contesto.”
Il velo imposto? “È una scelta identitaria.”
Il matrimonio combinato? “Non giudichiamo con categorie occidentali.”
La pressione sugli apostati? “Questione interna alla comunità.”
L’antisemitismo islamico? “Reazione geopolitica.”
L’odio contro i cristiani? “Conseguenza del colonialismo.”
La violenza? “Fallimento dell’integrazione.”
A furia di attenuare tutto, si è attenuato anche il principio stesso della legge comune.
“Ma così andavate verso la catastrofe”, dirai tu.
Sì. Lo sapevamo.
Sapevamo che una società incapace di difendere il proprio diritto non resta neutrale: viene occupata da altri diritti, da altre appartenenze, da altre fedeltà. Sapevamo che il comunitarismo non è convivenza, ma balcanizzazione lenta. Sapevamo che uno Stato che rinuncia a chiedere lealtà alla propria legge prepara il giorno in cui dovrà scegliere tra repressione e dissoluzione.
E forse, quando leggerai queste righe, quel giorno sarà già arrivato.
Forse sarà già avvenuto il primo grande attacco con armi chimiche o biologiche contro una folla europea. Forse in uno stadio, perché il calcio era la vera religione secolare dell’Europa. Forse in una metropolitana. Forse in una scuola. Forse con una bomba sporca. Non importa la forma: importa il meccanismo. Dopo i cadaveri, arriveranno le leggi.
E allora, nel mondo in cui vivi, la libertà di parola sarà stata limitata “nell’interesse di tutti”. La libertà di movimento pure. La sorveglianza sarà aumentata. I poteri della magistratura e della polizia saranno stati estesi. Le autorità parleranno di sicurezza, coesione, responsabilità, prevenzione, armonia sociale. Mai di fallimento. Mai di resa. Mai di fascismo amministrativo.
Il comunitarismo sarà riconosciuto ufficialmente dallo Stato. La sharia non verrà proclamata come legge, naturalmente. Nessuno sarà così rozzo. Verrà riconosciuta nei fatti, caso per caso, eccezione dopo eccezione, mediazione dopo mediazione. Lo Stato continuerà a fingere di essere sovrano, mentre tratterà con capi religiosi, mediatori etnici, associazioni comunitarie, notabili, imam, portavoce autoproclamati.
La legge comune sopravvivrà come facciata.
Sarà vietato, o reso professionalmente suicida, nominare l’etnia o la religione dei criminali quando quei dati disturbano la narrazione ufficiale. Nei tribunali, nei giornali, nelle scuole, nelle università, le parole saranno sorvegliate più dei fatti. I pochi giornali rimasti saranno status symbol per classi dirigenti che hanno già smesso da tempo di cercare la verità.
E quegli stessi che oggi insultano i critici dell’islamismo chiamandoli ignoranti, razzisti, ossessionati, fascisti, saranno i primi a invocare l’autoritarismo quando la realtà presenterà il conto. Perché tutti amano i propri bambini. Anche i progressisti che per anni hanno spiegato agli altri che la sicurezza era una fantasia reazionaria.
Ma come si è potuti arrivare a questo?
I vostri politici erano pazzi? I vostri intellettuali lavoravano per un nemico esterno? Era in atto una gigantesca cospirazione?
No. La verità è più banale e più umiliante: non capivano. O non volevano capire. E quando qualcuno capiva, preferiva tacere.
Come gli imperatori romani che facevano patti con i capi barbari, le élite europee erano convinte di aver trovato un affare conveniente. Ogni compromesso sembrava utile nel breve periodo. Ogni nuovo gruppo accolto, sovvenzionato, riconosciuto, integrato nominalmente, serviva a risolvere un problema immediato: manodopera, consenso elettorale, immagine morale, ricatto umanitario, equilibrio sociale.
Anche per Roma, ogni singolo patto sembrava razionale. Il problema era il sistema complessivo. Per ogni capo barbaro che riceveva terre, denaro, titoli e riconoscimento, ce n’erano altri dieci, altri cento, pronti a chiedere lo stesso. “E io chi sono?” Alla fine l’impero non crollò in un giorno: cedette per accumulo, concessione dopo concessione, eccezione dopo eccezione, territorio dopo territorio, legge dopo legge.
I romani almeno avevano una scusa: non conoscevano davvero le dimensioni del mondo. Non sapevano quanti popoli premevano oltre i confini. Non disponevano dei nostri strumenti, dei nostri dati, delle nostre immagini, delle nostre statistiche, della nostra esperienza storica.
Noi no. Noi sapevamo.
Sapevamo quanto è grande il mondo. Sapevamo quanti esseri umani vivono in società povere, violente, autoritarie, tribali, confessionali, ostili alla libertà individuale. Sapevamo che non basta spostare masse di persone da un continente all’altro per trasformare automaticamente la loro visione del mondo. Sapevamo che l’uomo non è una particella astratta, neutra, intercambiabile. Porta con sé lingua, clan, famiglia, religione, abitudini, ferite, rancori, fedeltà, leggi interiori.
E nel caso dell’Islam politico, porta spesso una concezione della legge incompatibile con la sovranità dello Stato laico: l’idea che la norma di Dio sia superiore alla norma civile; che il credente appartenga prima alla umma che alla nazione; che l’apostasia sia una colpa; che la critica al profeta sia un crimine; che il rapporto tra uomo e donna non sia fondato sull’uguaglianza giuridica; che cristiani, ebrei, atei, ex musulmani e “infedeli” occupino una posizione inferiore nell’ordine morale del mondo.
Non ogni musulmano vive così. Non ogni immigrato musulmano vuole imporre la sharia. Non ogni famiglia musulmana è un’avanguardia dell’islamismo. Ma una civiltà seria non fonda la propria sicurezza sulle eccezioni rassicuranti. Guarda alle dottrine, ai numeri, alle tendenze, alle pressioni comunitarie, ai precedenti storici, ai conflitti già esplosi altrove. E soprattutto non confonde le persone con le idee: può rispettare le persone proprio perché prende sul serio il pericolo delle idee che le dominano, le intimidiscono o le usano come massa di manovra.
Chi invece governava l’Europa preferì fingere che tutto questo non esistesse.
Per loro l’immigrazione illegale non era una violazione della sovranità, ma una liturgia morale. L’immigrato, soprattutto se ostile all’Occidente, diventava una specie di figura redentrice: più disprezzava il mondo che lo accoglieva, più sembrava puro agli occhi di chi odiava la propria civiltà. Le élite che avevano abbandonato ogni religione, ogni tradizione, ogni riconoscenza verso gli antenati, cercavano nell’altro una penitenza per la propria miseria spirituale.
Non accoglievano soltanto persone. Accoglievano il proprio processo. Volevano essere giudicate. Volevano essere condannate. Volevano espiare. E quando una civiltà desidera inconsciamente la propria condanna, prima o poi trova qualcuno disposto a pronunciarla.
Credevano di aprire le porte al povero, al mite, al perseguitato, all’uomo nuovo che li avrebbe salvati dalla loro sterilità. In molti casi arrivavano davvero poveri, perseguitati, vittime, persone da aiutare. Ma dentro lo stesso flusso arrivavano anche clan, fanatismi, codici patriarcali, antisemitismo religioso, odio anticristiano, disprezzo per gli apostati, mentalità di conquista, reti criminali, predicatori, uomini convinti che la legge europea fosse debole perché non proveniva da Dio.
Una politica seria avrebbe distinto, filtrato, controllato, preteso assimilazione giuridica, difeso la libertà degli ex musulmani, protetto le donne, impedito la formazione di enclavi, espulso chi rifiutava la legge comune, chiuso le moschee estremiste, perseguito i finanziamenti stranieri, smesso di scambiare l’integrazione con la resa.
Invece si fece il contrario.
Si chiamò integrazione la nascita di società parallele.
Si chiamò dialogo la rinuncia a criticare.
Si chiamò inclusione la paura di escludere.
Si chiamò antirazzismo la censura del pensiero.
Si chiamò pace sociale la sottomissione preventiva.
Si chiamò multiculturalismo la dissoluzione della legge comune.
Così l’Europa, che aveva ereditato da Roma il diritto, dal cristianesimo la dignità della persona, dall’Illuminismo la libertà critica e dalla modernità lo Stato civile, cominciò a vergognarsi di tutto ciò che avrebbe dovuto difendere.
Gli aztechi aspettavano il ritorno di Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, e videro arrivare Cortés con i conquistadores.
Le nostre élite aspettavano l’immigrato redentore, il povero sacralizzato, il nuovo Cristo della loro religione umanitaria. Ma quando una civiltà apre le porte senza più sapere chi è, senza più credere nella propria legge, senza più distinguere tra ospite e invasore, tra rifugiato e predatore, tra credente pacifico e militante religioso, non incontra il salvatore.
Incontra Attila.
E allora, europeo del futuro, quando ti chiederai come sia stato possibile, ricordati questo: non è accaduto perché nessuno avesse avvertito il pericolo. Non è accaduto nel silenzio. Non è accaduto per mancanza di prove, di libri, di attentati, di vittime, di testimonianze, di donne oppresse, di ex musulmani minacciati, di cristiani perseguitati, di quartieri perduti, di scuole intimidite, di professori decapitati, di giornalisti messi sotto scorta, di predicatori ascoltati e poi assolti.
È accaduto perché una civiltà stanca preferì chiamare odio la lucidità, razzismo la prudenza, fascismo la difesa della legge, provocazione la libertà di parola.
È accaduto perché chi vedeva veniva isolato.
E chi non voleva vedere veniva premiato.










Coloro che giustificano e aiutano l’immigrazione illegale lo fanno, non perché attendono un messia, ma semplicemente per interesse personale, in quanto ne traggono o pensano di trarre un compenso diretto o indiretto, senza pensare alle conseguenze.
Purtroppo e’ cosi’.
Difatti sta scritto nel libro che dicono non sia mai esistito:
“metteremo a capo dei popoli degli uomini corrotti e facilmente ricattabili”…
Secondo me sarebbe stato meglio scrivere: “Caro europeo non ancora nato, ai nostri tempi abbiamo ignorato l’Islam radicale e la crisi economica, ma eravamo tutti a protestare e manifestare contro la teoria gender e le scene omosessuali nei film Disney! Ora sei un Dhimmi mezzo morto di fame, ma almeno non sei cul*no!”