Commento al Corano: Sura 9 at-Tawbah, “Il Pentimento”, versetti 50-80
Nei versetti 50-80 della Sura 9 at-Tawbah il Corano non si limita a condannare genericamente l’ipocrisia. Definisce concretamente che cosa significhi appartenere alla comunità di Maometto: partecipare alla causa, contribuire economicamente, pregare e spendere con convinzione, accettare la distribuzione delle risorse, non deridere Allah, il Corano o il Messaggero, obbedire ad Allah e a Maometto e sottoporsi alla disciplina morale della nuova comunità.
Il contesto rimane quello della mobilitazione culminata nella spedizione di Tabūk. Il blocco precedente aveva già rimproverato chi esitava davanti alla guerra e aveva proclamato la superiorità della «religione della verità». Ora l’attenzione si sposta soprattutto sulla minaccia interna: persone formalmente inserite nella comunità ma accusate dalla rivelazione di paura, opportunismo, avarizia, menzogna, derisione e miscredenza nascosta.
La durezza aumenta progressivamente. Vittoria e martirio vengono presentati come le «due cose migliori»; le donazioni degli ipocriti vengono rifiutate; chi critica Maometto nella distribuzione delle elemosine viene accusato di interesse personale; la zakāt finanzia anche persone «di cui bisogna conquistarsi i cuori» e la lotta «sul sentiero di Allah»; offendere il Messaggero porta a un castigo doloroso; deriderlo insieme ai segni di Allah trasforma il credente in miscredente; infine Maometto riceve l’ordine di combattere i miscredenti e gli ipocriti e di essere severo con loro.
Il blocco mostra quindi con eccezionale chiarezza la progressiva fusione fra fede in Allah, autorità politica e religiosa di Maometto, mobilitazione militare, controllo delle risorse e disciplina del dissenso.
Vittoria oppure martirio: entrambe sono «le due cose migliori» – Corano 9:50-52
Il Corano descrive gli ipocriti come persone che gioiscono delle disgrazie dei musulmani:
«Se ti giunge un bene, ne soffrono; se ti colpisce sventura, dicono: “Meno male che abbiamo preso le nostre precauzioni”. E si allontanano esultanti.» (Corano 9:50, trad. Hamza Roberto Piccardo).
La risposta di 9:51 è provvidenziale: nulla può colpire i credenti se non ciò che Allah avrebbe già scritto per loro.
Il versetto successivo trasforma poi il possibile esito della guerra:
«Di’: “Cosa vi aspettate, se non le due cose migliori? Quello che invece ci aspettiamo per voi è che Allah vi colpisca con un castigo, da parte Sua o tramite nostro. Aspettate, e anche noi aspetteremo con voi”.» (Corano 9:52, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Ibn Kathīr riporta da Ibn ʿAbbās, Mujāhid, Qatāda e altri che le «due cose migliori» sono vittoria oppure martirio.
Il sistema elimina quindi il normale contrasto fra successo e morte del combattente. Se il musulmano vince, ottiene la vittoria; se muore nella causa, ottiene il martirio.
Per l’avversario la prospettiva è specularmente negativa: il Corano attende che Allah lo punisca direttamente oppure «tramite nostro», cioè attraverso l’azione della stessa comunità musulmana.
La guerra viene così inserita in una struttura religiosa nella quale entrambi i principali esiti possibili per il combattente fedele possono essere dichiarati positivi, mentre l’esito auspicato per l’avversario è il castigo.
Pregano controvoglia, pagano controvoglia: Allah rifiuta le loro offerte – Corano 9:53-55
Il testo passa al contributo economico:
«Di’: “Che facciate l’elemosina volentieri o a malincuore, non sarà mai accettata, ché siete gente perversa”.» (Corano 9:53, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Il versetto successivo spiega:
«Nulla impedisce che le loro elemosine siano accettate, eccetto il fatto che non credono in Allah e nel Suo Messaggero, che non vengono alla preghiera se non di malavoglia, che non danno l’elemosina se non quando sono costretti.» (Corano 9:54).
La conformità esteriore non basta. Una persona può pregare e versare denaro alla comunità, ma se il Corano la classifica interiormente come incredula e riluttante quelle stesse azioni diventano religiosamente prive di valore.
Il versetto 55 compie un passaggio ancora più interessante:
«Non ti stupiscano i loro beni e i loro figli. Allah con quelli vuole castigarli in questa vita terrena e far sì che periscano penosamente nella miscredenza.» (Corano 9:55).
Perfino ricchezza e figli, che potrebbero apparire come segni di prosperità, vengono reinterpretati come strumenti attraverso i quali Allah intende castigare gli avversari.
È una struttura teologicamente auto-protettiva: la prosperità del fedele può essere letta come benedizione; la prosperità del miscredente non costituisce necessariamente una controprova, perché può essere ridefinita come parte del suo stesso castigo.
Giurano di essere musulmani, ma il Corano dice che mentono – Corano 9:56-57
Il testo continua:
«Giurano per Allah che sono dalla vostra parte, mentre invece non è vero: quella è gente che ha paura.» (Corano 9:56).
Corano 9:57 li descrive pronti a fuggire in un rifugio, in una caverna o in un nascondiglio se soltanto ne trovassero uno.
La rivelazione si attribuisce ancora una volta la capacità di distinguere l’appartenenza esteriore dalla realtà interiore: il giuramento pubblico di fedeltà viene dichiarato falso e la motivazione interna viene ricondotta alla paura.
La categoria di munāfiq diventa così uno strumento potentissimo nella costruzione della comunità. Non basta dire «sono dei vostri»: è la rivelazione proclamata da Maometto a stabilire chi appartenga realmente alla comunità e chi ne faccia parte soltanto esteriormente.
Criticare Maometto sulla distribuzione del denaro diventa prova di ipocrisia – Corano 9:58-59
Corano 9:58 affronta direttamente una critica alla distribuzione delle elemosine:
«Tra loro c’è chi ti critica a proposito delle elemosine: se ne usufruiscono sono contenti, altrimenti si offendono.» (Corano 9:58, trad. Hamza Roberto Piccardo).
La risposta non consiste nell’esaminare pubblicamente se la distribuzione di Maometto sia stata equa. Il Corano attribuisce ai critici una motivazione egoistica: sarebbero soddisfatti quando ricevono denaro e irritati quando ne vengono esclusi.
Ibn Kathīr interpreta precisamente il passo come critica all’integrità di Maometto nella divisione delle elemosine e conserva tradizioni nelle quali uomini contestano l’equità delle sue distribuzioni.
Il versetto 59 stabilisce quale avrebbe dovuto essere invece l’atteggiamento corretto:
«Se davvero fossero soddisfatti di quello che ricevono da Allah e dal Suo Messaggero, direbbero: “Ci basta Allah! Allah ci darà della Sua grazia, e così il Suo Messaggero ancora”.» (Corano 9:59).
Qui la struttura di autolegittimazione diventa particolarmente evidente. Maometto gestisce la distribuzione materiale; alcuni contestano quella gestione; la rivelazione proclamata attraverso Maometto qualifica la contestazione come comportamento interessato degli ipocriti e presenta come atteggiamento religioso corretto l’accettazione di ciò che «Allah e il Suo Messaggero» assegnano.
Questo non dimostra automaticamente che ogni critica concreta alla distribuzione fosse fondata. Mostra qualcosa di documentalmente più importante: la fonte che certifica la correttezza dell’autorità distributiva di Maometto coincide con la rivelazione trasmessa dallo stesso Maometto.
La zakāt finanzia poveri, schiavi, debitori, conversione e jihad – Corano 9:60
Corano 9:60 stabilisce le categorie beneficiarie delle elemosine:
«Le elemosine sono per i bisognosi, per i poveri, per quelli incaricati di raccoglierle, per quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori, per il riscatto degli schiavi, per quelli pesantemente indebitati, per [la lotta sul] sentiero di Allah e per il viandante. Decreto di Allah!» (Corano 9:60, trad. Hamza Roberto Piccardo).
La zakāt non è quindi una generica beneficenza destinata esclusivamente ai poveri. È una risorsa dell’ordine religioso con otto categorie stabilite dalla rivelazione.
Due sono particolarmente significative.
La prima è al-muʾallafatu qulūbuhum, «quelli di cui bisogna conquistarsi i cuori».
Ibn Kathīr spiega che alcune persone ricevevano denaro affinché entrassero nell’Islam; altre per rendere più solida la loro adesione; altre ancora perché la loro influenza potesse favorire la conversione di persone simili a loro o la sicurezza della comunità musulmana.
Il commentatore richiama Ṣafwān ibn Umayya. Ṣaḥīḥ Muslim 2313 racconta che Maometto gli diede cento cammelli, poi altri cento, poi altri cento. Ṣafwān riferisce che inizialmente Maometto era l’uomo che odiava maggiormente, ma continuò a ricevere finché divenne per lui il più amato.
In Ṣaḥīḥ Muslim 2312b un altro uomo riceve da Maometto un enorme gregge, torna dalla propria tribù e li invita ad abbracciare l’Islam. Anas osserva che un uomo poteva inizialmente convertirsi «per il mondo» e successivamente arrivare ad amare l’Islam.
L’impiego di beni materiali per conquistare o consolidare adesioni religiose non è quindi una ricostruzione polemica esterna: è riconosciuto direttamente dal tafsīr e dalla Sunna canonica.
La seconda categoria importante è fī sabīli llāh, «sul sentiero di Allah».
Ibn Kathīr la interpreta in questa sede in modo esplicitamente militare: i beneficiari sono i combattenti del jihad che non ricevono un salario dal tesoro musulmano.
La zakāt finanzia quindi contemporaneamente:
assistenza sociale;
amministrazione della stessa zakāt;
liberazione di schiavi;
debitori e viandanti;
conquista o consolidamento dei cuori verso l’Islam;
combattenti sulla via di Allah.
La fiscalità religiosa non svolge soltanto una funzione caritativa. Finanzia anche la costruzione, l’espansione e la difesa politico-religiosa della comunità.
Per il quadro complessivo sulla violenza religiosa e sulla jihad nelle fonti si veda Jihad, apostasia, infedeli e pene corporali nelle fonti islamiche.
Criticare Maometto significa «tormentare il Messaggero» – Corano 9:61
La sequenza ritorna immediatamente alla persona di Maometto:
«Tra loro ci sono quelli che dileggiano il Profeta e dicono: “È tutto orecchi”. Di’: “È tutto orecchi per il vostro bene, crede in Allah e ha fiducia nei credenti […]”. Quelli che tormentano il Messaggero di Allah avranno doloroso castigo.» (Corano 9:61, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Ibn Kathīr spiega l’accusa «è tutto orecchi» come insinuazione secondo cui Maometto ascolterebbe e crederebbe a ciò che gli viene raccontato.
Il Corano non presenta la critica come una valutazione legittima del comportamento di un leader. La ribalta: Maometto ascolta ciò che è bene, conosce chi dice il vero e chi mente ed è misericordia per i credenti.
La stessa rivelazione proclamata da Maometto risponde quindi a una critica rivolta al carattere di Maometto e conclude minacciando un «doloroso castigo» per chi tormenta il Messaggero.
Allah e Maometto devono essere compiaciuti insieme – Corano 9:62-63
I versetti seguenti stringono ancora di più il rapporto fra autorità divina e profetica:
«Giurano [in nome di] Allah per compiacervi; ma se sono credenti, [sappiano] che Allah e il Suo Messaggero hanno maggior diritto di essere compiaciuti.» (Corano 9:62, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Segue:
«Non sanno dunque che chi si oppone ad Allah e al Suo Messaggero, avrà come dimora eterna il fuoco dell’Inferno?» (Corano 9:63).
Essere credente implica quindi che Allah e il Messaggero abbiano maggior diritto a essere compiaciuti; opporsi ad Allah e al Messaggero conduce insieme alla stessa minaccia dell’Inferno eterno.
Maometto non viene trattato come semplice amministratore revocabile della comunità. La fedeltà nei suoi confronti viene inscritta direttamente nella fedeltà verso Dio.
Questa struttura attraversa tutto il Corano medinese:
obbedire ad Allah → obbedire al Messaggero;
compiacere Allah → compiacere il Messaggero;
opporsi ad Allah → opporsi al Messaggero;
offendere il Messaggero → esporsi al castigo religioso.
La rivelazione trasmessa da Maometto costruisce quindi contemporaneamente il fondamento teologico dell’autorità di Maometto.
Una sura che rivela ciò che gli avversari hanno «nel cuore» – Corano 9:64
Il versetto 64 afferma:
«Gli ipocriti temono che venga rivelata una sura che mostri quello che c’è nei loro cuori.» (Corano 9:64).
La rivelazione non pretende quindi soltanto di giudicare parole e comportamenti osservabili. Pretende di conoscere ciò che gli avversari nascondono interiormente.
Il vantaggio polemico è enorme: il dissidente non controlla neppure la descrizione delle proprie intenzioni, perché il testo rivendica un accesso divino al cuore e può attribuirgli motivazioni che egli stesso nega.
È lo stesso meccanismo già incontrato altrove: la fonte formula la propria pretesa, identifica gli avversari della pretesa e fornisce anche la spiegazione delle loro intenzioni interiori.
«Erano solo chiacchiere e scherzi»: la derisione trasforma il credente in miscredente – Corano 9:65-66
Il passo successivo è ancora più netto:
«Se li interpellassi ti direbbero: “Erano solo chiacchiere e scherzi!”. Di’: “Volete schernire Allah, i Suoi segni e il Suo Messaggero?”. Non cercate scuse, siete diventati miscredenti dopo aver creduto.» (Corano 9:65-66, trad. Hamza Roberto Piccardo).
La conseguenza è esplicitamente teologica: qad kafartum baʿda īmānikum, «siete diventati miscredenti dopo aver creduto».
Ibn Kathīr conserva da Ibn ʿUmar una tradizione legata a Tabūk. Un uomo avrebbe deriso i recitatori del Corano descrivendoli come voraci, bugiardi e codardi in battaglia. Informato Maometto, l’uomo avrebbe tentato di giustificarsi sostenendo che si trattava soltanto di scherzi; Maometto avrebbe continuato a recitare 9:65.
La battuta contro uomini della comunità viene riclassificata dalla rivelazione come scherno di Allah, dei Suoi segni e del Suo Messaggero; la conseguenza dichiarata è l’uscita dalla fede.
Il testo non afferma semplicemente che la derisione sia moralmente sconveniente. Dice che può costituire kufr dopo la fede.
Questo versetto diventerà quindi importante anche nella riflessione islamica sull’apostasia e sulla derisione religiosa. La pena terrena dell’apostasia non è stabilita da 9:66 da solo, ma attraverso Sunna e fiqh; il dato coranico necessario viene prima: lo scherno verso Allah, i segni e il Messaggero può cancellare l’appartenenza religiosa.
Per il quadro giuridico si veda L’apostasia islamica nel periodo classico e contemporaneo.
Ipocriti e credenti: due comunità moralmente opposte – Corano 9:67-72
Il Corano costruisce ora un parallelismo perfetto.
Degli ipocriti afferma:
«Gli ipocriti e le ipocrite appartengono gli uni alle altre. Ordinano quel che è riprovevole, proibiscono le buone consuetudini e chiudono le loro mani.» (Corano 9:67).
Ad essi vengono promessi Inferno, maledizione e castigo permanente.
Dei credenti dice invece:
«I credenti e le credenti sono alleati gli uni degli altri. Ordinano le buone consuetudini e proibiscono ciò che è riprovevole, eseguono l’orazione, pagano la decima e obbediscono ad Allah e al Suo Messaggero.» (Corano 9:71).
La comunità islamica viene quindi definita anche attraverso una funzione di controllo morale reciproco: ordinare il maʿrūf e proibire il munkar.
La fede non viene configurata come puro rapporto privato dell’individuo con Dio. Produce una comunità che prega, finanzia il sistema mediante zakāt, obbedisce ad Allah e a Maometto e interviene sulla distinzione pubblica fra ciò che viene riconosciuto come bene e ciò che viene classificato come male.
«Combatti i miscredenti e gli ipocriti e sii severo con loro» – Corano 9:73
Il versetto 73 costituisce il culmine della progressione:
«O Profeta, combatti i miscredenti e gli ipocriti, e sii severo con loro. Il loro rifugio sarà l’Inferno, qual triste rifugio!» (Corano 9:73, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Il verbo arabo appartiene alla radice j-h-d. Piccardo, traduttore musulmano, rende direttamente «combatti».
L’esegesi classica precisa però che la modalità del jihad non è necessariamente identica verso le due categorie.
Ibn Kathīr riporta da Ibn ʿAbbās che Maometto ricevette l’ordine di combattere i miscredenti con la spada, mentre contro gli ipocriti il jihad doveva svolgersi con la lingua e abbandonando il trattamento indulgente. Da Ibn Masʿūd conserva invece la formula «con la mano» o almeno con un’espressione severa.
La distinzione impedisce di trasformare 9:73 nella frase semplicistica «il Corano ordina qui di uccidere tutti gli ipocriti». Non modifica però la direzione del versetto: jihad contro entrambe le categorie e ghilẓa, durezza e severità, nei loro confronti.
La comunità non deve semplicemente riconoscere l’esistenza del dissenso. Deve combattere il nemico esterno e disciplinare con durezza quello interno.
Parole di miscredenza e un progetto fallito – Corano 9:74
Il versetto successivo afferma:
«Giurano [in nome di Allah] che non hanno detto quello che in realtà hanno detto, un’espressione di miscredenza; hanno negato dopo [aver accettato] l’Islàm e hanno agognato quel che non hanno [potuto] ottenere […] Se si pentono sarà meglio per loro; se invece volgono le spalle, Allah li castigherà con doloroso castigo in questa vita e nell’altra.» (Corano 9:74, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Ancora una volta una parola pronunciata viene classificata come kalimat al-kufr, «parola di miscredenza», e il testo afferma che costoro sono diventati miscredenti dopo l’Islam.
Ibn Kathīr conserva più tradizioni sull’identità degli interessati e sul progetto che «non riuscirono a compiere»: il caso di al-Julās ibn Suwayd, piani collegati ad ʿAbd Allāh ibn Ubayy e il racconto di un gruppo di ipocriti che avrebbe tentato di gettare Maometto da un passo montano durante il ritorno da Tabūk.
Le diverse tradizioni non permettono di identificare con certezza un unico episodio storico dietro la formulazione.
Il significato coranico rimane però indipendente da quella disputa esegetica: persone già appartenenti all’Islam vengono accusate di avere pronunciato miscredenza, di avere progettato qualcosa contro la comunità o il suo leader e vengono minacciate di castigo «in questa vita e nell’altra» se non si pentono.
Promettono denaro ad Allah, poi diventano avari: l’ipocrisia si stabilisce nei loro cuori – Corano 9:75-78
Il Corano descrive quindi persone che fanno una promessa:
«Qualcuno di loro si è assunto un impegno di fronte ad Allah: “Se ci darà della Sua grazia, saremo certamente generosi e saremo gente del bene”.» (Corano 9:75).
Quando ricevono ricchezza:
«diventano avari e volgono le spalle e si allontanano.» (Corano 9:76).
La conseguenza viene attribuita direttamente ad Allah:
«[Per questo] l’ipocrisia si stabilisce nei loro cuori, fino al Giorno in cui Lo incontreranno, perché mancarono alla promessa ad Allah e perché mentirono!» (Corano 9:77, trad. Hamza Roberto Piccardo).
9:78 ribadisce che Allah conosce «i loro segreti e i loro conciliaboli».
Il comportamento patrimoniale viene così trasformato in diagnosi religiosa permanente del cuore. Avarizia, promessa mancata e menzogna non producono soltanto una valutazione morale negativa: il Corano le collega all’insediamento dell’ipocrisia interiore fino al giudizio.
Il controllo della risorsa economica e il controllo dell’appartenenza religiosa rimangono quindi intrecciati.
Deridono chi dona poco: «li schernisca Allah» – Corano 9:79
Il versetto 79 ritorna alle elemosine:
«Diffamano i credenti che donano spontaneamente e scherniscono quelli che non trovano da donare altro che il loro lavoro. Li schernisca Allah. Avranno doloroso tormento!» (Corano 9:79, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Il testo utilizza la stessa radice s-kh-r per lo scherno degli ipocriti e per la risposta attribuita ad Allah.
Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4668 fornisce il contesto tradizionale. Quando venne ordinata l’elemosina, alcuni musulmani poveri lavorarono come facchini per guadagnare qualcosa da offrire. Abū ʿAqīl portò mezzo ṣāʿ; un altro uomo portò una quantità maggiore. Gli ipocriti derisero il primo perché il contributo era minimo e accusarono il secondo di ostentazione.
Secondo Bukhārī, il versetto venne allora rivelato in loro risposta.
La rivelazione interviene ancora una volta in una controversia interna concreta e prende posizione: la derisione dei donatori viene ricambiata con lo scherno attribuito ad Allah e con la promessa di un castigo doloroso.
Nemmeno settanta richieste di perdono basteranno – Corano 9:80
Il blocco termina con un limite imposto perfino all’intercessione di Maometto:
«Che tu chieda perdono per loro o che tu non lo chieda, [è la stessa cosa], anche se chiedessi settanta volte perdono per loro, Allah non li perdonerà, perché hanno negato Allah e il Suo Messaggero.» (Corano 9:80, trad. Hamza Roberto Piccardo).
Ibn Kathīr interpreta il numero settanta come espressione enfatica destinata a chiudere la possibilità del perdono, non come soglia aritmetica oltre la quale l’esito cambierebbe.
La tradizione canonica conserva però un episodio molto interessante sulla ricezione del versetto.
In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 4670 e 4671, alla morte del capo degli ipocriti ʿAbd Allāh ibn Ubayy, Maometto decide di pregare per lui nonostante l’opposizione di ʿUmar.
Maometto spiega di avere interpretato il versetto come una scelta e afferma sostanzialmente che, se sapesse che chiedere perdono più di settanta volte potesse funzionare, lo farebbe.
Secondo Bukhārī, egli celebra quindi la preghiera funebre. Successivamente viene rivelato Corano 9:84, che gli ordina di non pregare più per nessuno di loro che muoia e di non sostare presso la loro tomba.
La tradizione conserva quindi una sequenza rivelativa significativa: 9:80 dichiara che perfino settanta richieste di perdono non serviranno; Maometto tenta una lettura che lascia spazio a un’intercessione ancora maggiore; egli prega sul capo degli ipocriti; una rivelazione successiva gli proibisce espressamente di ripetere quel comportamento.
Non occorre trasformare la sequenza in una contraddizione formale. È già molto significativa come documentazione del modo in cui norma coranica, interpretazione di Maometto e nuova rivelazione interagiscono nel corso degli eventi.
Conclusione
- Corano 9:52 neutralizza il rischio della mobilitazione militare attraverso la formula delle «due cose migliori»: vittoria oppure martirio. Per gli avversari si attende invece il castigo di Allah «o tramite nostro».
- Fede, denaro e guerra sono inseparabili. Le offerte degli ipocriti vengono rifiutate; 9:60 destina la zakāt anche a coloro «di cui bisogna conquistarsi i cuori» e alla causa di Allah, che Ibn Kathīr identifica in questo passo con i combattenti del jihad.
- La gestione economica di Maometto riceve protezione rivelativa. Chi critica la distribuzione delle elemosine viene descritto come mosso dal proprio interesse, mentre il comportamento corretto consiste nell’essere soddisfatti di ciò che «Allah e il Suo Messaggero» assegnano.
- L’autorità di Maometto viene fusa con quella divina. Offendere il Messaggero conduce a castigo; Allah e Maometto hanno diritto a essere compiaciuti; opporsi ad entrambi conduce all’Inferno; deridere Allah, i versetti e Maometto produce miscredenza dopo la fede.
- Corano 9:73 ordina il jihad contro miscredenti e ipocriti e la durezza nei loro confronti. Ibn Kathīr distingue il combattimento armato contro i primi dalla lotta con lingua, mano e severità contro i secondi, ma non trasforma il versetto in una prescrizione di tolleranza del dissenso interno.
- La rivelazione rivendica il potere di definire anche l’interiorità dell’avversario. Giuramenti, battute, riserve sulla guerra, avarizia e critiche economiche vengono riclassificati come paura, ipocrisia, miscredenza e ostilità nascosta nel cuore.
Corano 9:50-80 mostra quindi una comunità nella quale religione, guerra, fiscalità, moralità e autorità personale del Messaggero costituiscono un unico sistema. La fede autentica non consiste soltanto nel confessare Allah: significa sostenere concretamente la causa, finanziare l’ordine religioso, non sottrarsi alla mobilitazione, accettare il giudizio della rivelazione e riconoscere l’autorità di Maometto.
Il dato più significativo è precisamente la posizione del Messaggero. Le critiche rivolte alla sua distribuzione economica vengono interpretate dalla rivelazione come interesse personale degli avversari; una battuta contro lui e i suoi seguaci diventa scherno di Allah e conduce al kufr; opporsi a Maometto viene affiancato all’opposizione ad Allah; perfino la soddisfazione religiosa viene espressa attraverso la coppia «Allah e il Suo Messaggero».
La rivelazione proclamata da Maometto non si limita dunque a trasmettere una teologia: costruisce e protegge l’autorità dello stesso uomo che la proclama, interpreta le motivazioni dei suoi oppositori, qualifica religiosamente le critiche che gli vengono rivolte e stabilisce quale comportamento verso di lui distingua il credente dall’ipocrita e, in 9:66, perfino il credente dal miscredente.





Commento al Corano: Sura 13 ar-Ra’d, “Il Tuono”