Abu l’Ala Maududi e il potere politico negato ai non musulmani

Chi era Abu l’Ala Maududi
Sayyid Abu l’Ala Maududi — conosciuto anche come Mawlanā, Shaykh Sayyid Abul A’la Mawdudi o semplicemente Maududi — è considerato uno dei più importanti pensatori musulmani del XX secolo.
Nacque il 25 settembre 1903 ad Aurangabad, allora nell’India britannica, e morì il 22 settembre 1979 a Buffalo, negli Stati Uniti.
Maududi non fu soltanto uno scrittore religioso. Fu anche una figura politica di primo piano nel mondo islamico contemporaneo e fondò in Pakistan il movimento politico-religioso Jamaat-e-Islami, destinato ad avere una notevole influenza sull’islamismo moderno.
Maududi e l’islam politico
Scrittore prolifico, Maududi è ricordato soprattutto per la sua esegesi coranica, il tafsīr noto in inglese come The Meaning of the Qur’an o Towards Understanding the Qur’an, e per la breve opera divulgativa Conoscere l’Islam, una sintesi del suo pensiero sul ruolo dell’Islam nella vita personale, sociale e politica.
Il punto centrale del suo pensiero non è soltanto religioso, ma politico: l’Islam, per Maududi, non è una semplice fede privata, ma un sistema completo destinato a organizzare la società, la legge e il potere.
Per questo è particolarmente utile leggere ciò che Maududi scrive commentando il versetto 9:29 del Corano, uno dei passi più discussi nei rapporti tra musulmani e non musulmani.
Il commento di Maududi a Corano 9:29
Commentando il versetto 9:29, Maududi scrive:
“Il fatto è che, secondo l’Islam, ai non musulmani è stato consentito di stare fuori dalla comunità islamica e di aderire alle loro fabbricate e false credenze, se così desiderano”.
Questa affermazione è importante perché chiarisce il modo in cui Maududi interpreta il rapporto tra il versetto 9:29 e il famoso versetto 2:256, spesso citato con la formula: “Non c’è costrizione nella religione”.
Secondo questa lettura, i non musulmani possono anche restare fuori dalla comunità islamica e conservare le proprie credenze. Ma questo non significa affatto che debbano godere di piena uguaglianza politica o detenere il potere.
Maududi infatti continua così:
“Tuttavia, non hanno assolutamente alcun diritto di reggere le redini del potere in nessuna parte della terra di Dio né di dirigere gli affari collettivi dell’umanità secondo le loro dottrine mal concepite. Perché, se una tale opportunità fosse a loro concessa, ne conseguirebbe corruzione e delinquenza. In una tale situazione i credenti hanno l’obbligo di fare il loro massimo possibile per rimuoverli dal potere politico e di farli vivere sottomessi al modo di vita islamico”.
Verso la Comprensione del Corano, vol. III, p. 202
Il testo inglese del commento di Maududi al versetto 9:29 è disponibile
qui.
Il problema: tolleranza religiosa non significa uguaglianza politica
Il punto è evidente: nella visione di Maududi, il non musulmano può anche non essere costretto a convertirsi, ma non dovrebbe governare, dirigere la società o esercitare sovranità politica.
La cosiddetta “tolleranza” consiste quindi nel permettere ai non musulmani di restare tali, purché vivano in posizione subordinata all’ordine islamico.
Questo passaggio è fondamentale, perché mostra una distinzione spesso ignorata nel dibattito pubblico: dire “non c’è costrizione nella religione” non significa necessariamente riconoscere libertà politica, parità giuridica o uguaglianza civile ai non musulmani.
Per Maududi, il problema non è soltanto ciò che il non musulmano crede in privato. Il problema è il potere. Il non musulmano può credere ciò che vuole, ma non deve “reggere le redini del potere” né organizzare la società secondo principi non islamici.
Perché Maududi è ancora importante
Maududi non è un autore marginale o sconosciuto. È uno dei principali riferimenti dell’islam politico contemporaneo. La sua influenza ha raggiunto movimenti, partiti e pensatori ben oltre il Pakistan.
Proprio per questo le sue parole sono significative. Non stiamo parlando di una frase isolata pronunciata da un fanatico qualunque, ma del pensiero di uno degli autori più importanti dell’islamismo moderno.
E allora la domanda diventa inevitabile: se un pensatore così influente sostiene che i non musulmani non abbiano il diritto di detenere il potere politico e debbano vivere sottomessi al modo di vita islamico, quanto è credibile continuare a presentare l’Islam politico come perfettamente compatibile con libertà, democrazia, uguaglianza e integrazione?
Con tanti saluti alla retorica del dialogo, della moderazione e dell’integrazione.
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