Maometto mandante dell’omicidio di Kaʿb ibn al-Ashraf: il poeta ucciso con l’inganno
Tra gli episodi più imbarazzanti conservati dalle stesse fonti islamiche c’è quello dell’uccisione di Kaʿb ibn al-Ashraf, poeta e oppositore di Maometto. Non stiamo parlando di una leggenda anti-islamica, di un’invenzione orientalista o di una caricatura prodotta dai “nemici dell’Islam”. Stiamo parlando di un racconto presente negli hadith classificati come sahih, cioè autentici, all’interno della tradizione sunnita.
Il punto centrale è semplice e devastante: secondo queste fonti, Maometto approvò l’uccisione di Kaʿb ibn al-Ashraf e permise a Muhammad ibn Maslama di usare l’inganno per attirarlo nella trappola. Non una battaglia. Non un processo. Non un confronto aperto. Un uomo viene fatto uscire di notte, ingannato da persone di cui si fidava, afferrato e ucciso.
Questo è uno di quei casi nei quali l’immagine zuccherosa del “profeta di misericordia” si sbriciola appena si apre la letteratura islamica tradizionale. Perché qui non abbiamo un predicatore perseguitato che subisce violenza. Abbiamo un capo politico-religioso che chiede chi sia disposto a eliminare un oppositore e autorizza il ricorso alla menzogna per portare a termine l’operazione.
Chi era Kaʿb ibn al-Ashraf
Kaʿb ibn al-Ashraf era un poeta noto a Medina, legato per parte materna ai Banu Nadir, una delle tribù ebraiche della zona. La sua figura viene ricordata nelle fonti islamiche come quella di un oppositore di Maometto, ostile alla nuova comunità musulmana e autore di versi satirici contro i musulmani e contro alcune donne musulmane.
Nel contesto dell’Arabia del VII secolo, la poesia non era un semplice passatempo estetico. Il poeta poteva essere un propagandista, un polemista, una voce pubblica capace di attaccare reputazioni, rinsaldare alleanze e alimentare ostilità. Questo va riconosciuto senza problemi. Ma riconoscere il contesto non significa assolvere automaticamente il metodo. Ed è proprio il metodo, in questo episodio, a essere moralmente devastante per la figura di Maometto.
Kaʿb diede voce all’opposizione dopo la crescente tensione tra Maometto e le tribù ebraiche di Medina, in un clima già segnato da episodi come quello dei Banu Qaynuqa. Secondo la tradizione islamica, Kaʿb avrebbe anche cercato contatti con i Quraysh della Mecca. Gli apologeti islamici insistono molto su questo punto per presentarlo non come un semplice poeta, ma come un nemico politico. Bene: prendiamo pure sul serio questa obiezione. Il problema, però, non sparisce.
Perché anche se Kaʿb fosse stato un oppositore politico pericoloso, le fonti islamiche non raccontano un processo pubblico, non raccontano una sentenza trasparente, non raccontano una battaglia. Raccontano un assassinio notturno organizzato con l’inganno.
L’hadith sahih: “Chi ucciderà Kaʿb ibn al-Ashraf?”
Il racconto è riportato in Sahih al-Bukhari 4037 e in Sahih Muslim 1801. Qui riportiamo il passaggio centrale, perché è lì che si trova il problema: Maometto non si limita a essere informato dopo i fatti. È lui che pone la domanda decisiva.
Il Messaggero di Allah disse: “Chi è disposto a uccidere Kaʿb ibn al-Ashraf, che ha offeso Allah e il Suo Messaggero?”. Muhammad ibn Maslama si alzò e disse: “Vuoi che lo uccida io?”. Il Profeta disse: “Sì”. Muhammad ibn Maslama disse: “Allora permettimi di dire qualcosa”, cioè di parlare in modo ingannevole. Il Profeta disse: “Dillo pure”.
Questo è il cuore dell’episodio. Maometto domanda chi ucciderà Kaʿb. Muhammad ibn Maslama chiede se debba farlo lui. Maometto conferma. Poi Maslama chiede il permesso di usare parole false per riuscire nell’impresa. Maometto glielo concede.
Qui non serve nemmeno forzare il testo. Non serve costruire teorie. Non serve caricare l’episodio con accuse esterne. Basta leggere. Secondo il racconto islamico, l’operazione omicida viene approvata da Maometto e il ricorso all’inganno viene autorizzato da lui stesso.
Il dettaglio più grave: il permesso di mentire
Il dettaglio più grave non è soltanto l’uccisione. Il dettaglio più grave è il permesso di mentire per arrivare all’uccisione. Ed è qui che il racconto diventa particolarmente scomodo per chi vorrebbe vendere Maometto come modello morale universale.
Secondo l’hadith, Muhammad ibn Maslama va da Kaʿb fingendo malcontento verso Maometto. Gli dice che quell’uomo, cioè Maometto, avrebbe imposto loro la sadaqa e creato difficoltà. In altre parole, si presenta come uno scontento, come uno che sta prendendo le distanze dal nuovo potere islamico. Kaʿb si fida. La trappola comincia da lì.
Muhammad ibn Maslama andò da Kaʿb e gli disse che Maometto aveva chiesto loro la carità obbligatoria e li aveva messi in difficoltà. Kaʿb rispose: “Per Allah, vi stancherete di lui”. Muhammad ibn Maslama continuò a fingere, dicendo che ormai lo avevano seguito e volevano vedere come sarebbe andata a finire, poi gli chiese un prestito di cibo. Kaʿb chiese una garanzia. Dopo aver rifiutato di impegnare donne o figli, gli uomini proposero di lasciare in pegno le armi.
Il meccanismo è limpido: si crea un rapporto di fiducia, si simula dissenso verso Maometto, si costruisce una conversazione credibile, si prepara l’appuntamento. Non è un combattimento. È una messinscena.
Questo punto è importante anche rispetto al tema della menzogna nell’Islam. Non serve nemmeno chiamarla tecnicamente taqiyya. Il problema, qui, è più semplice e più brutale: in un’operazione omicida, Maometto autorizza l’inganno come strumento operativo. Il punto non è la definizione accademica della menzogna. Il punto è che il “profeta” permette di mentire per attirare un uomo verso la morte.
Un assassinio notturno, non una battaglia
La parte successiva del racconto mostra ancora meglio la natura dell’episodio. Kaʿb viene fatto uscire di notte. Sua moglie percepisce il pericolo. Lui però si fida, perché tra gli uomini presenti c’è anche Abu Naʿila, suo fratello di latte. Proprio questa fiducia viene usata contro di lui.
Muhammad ibn Maslama tornò da Kaʿb di notte insieme ad Abu Naʿila, fratello di latte di Kaʿb. Kaʿb uscì per incontrarli. Sua moglie gli disse: “Dove vai a quest’ora?”. Kaʿb rispose che erano arrivati Muhammad ibn Maslama e suo fratello Abu Naʿila. La moglie disse di sentire una voce come se da essa stillasse sangue. Kaʿb rispose che un uomo generoso dovrebbe rispondere a un invito notturno anche se fosse invitato per essere ucciso.
La scena è quasi cinematografica, ma non nel senso nobile del termine. È la scena di un uomo che esce di notte perché si fida di chi lo chiama. La moglie avverte il pericolo. Lui minimizza. E proprio quella fiducia viene trasformata nell’arma che lo condanna.
Secondo il racconto, Muhammad ibn Maslama aveva già predisposto il segnale: avrebbe toccato e annusato la testa di Kaʿb, poi, quando l’avesse afferrata saldamente, gli altri sarebbero intervenuti.
Muhammad ibn Maslama disse ai suoi compagni: “Quando Kaʿb verrà, toccherò i suoi capelli e li annuserò. Quando vedrete che avrò afferrato saldamente la sua testa, colpitelo”. Kaʿb scese da loro profumato. Muhammad ibn Maslama gli chiese il permesso di annusare il suo capo. Kaʿb acconsentì. Poi glielo chiese di nuovo. Quando lo ebbe afferrato saldamente, disse ai compagni: “Prendetelo!”. Così lo uccisero e andarono dal Profeta a informarlo.
Questo non è eroismo. Non è spiritualità. Non è giustizia divina. È un assassinio preparato con freddezza: parole false, appuntamento notturno, fiducia personale sfruttata, segnale concordato, uccisione e ritorno da Maometto per riferire l’esito.
Più che il comportamento di un messaggero celeste, sembra la logica di un capo che elimina gli oppositori scomodi e poi lascia ai devoti il compito di trasformare l’operazione in “necessità storica”. Il problema è proprio questo: quando l’omicidio è attribuito ai nemici dell’Islam, si chiama crimine; quando appare nella biografia di Maometto, improvvisamente diventa contesto, strategia, difesa, saggezza politica.
La difesa apologetica: “Kaʿb era un traditore”
La difesa più prevedibile è questa: Kaʿb ibn al-Ashraf non era un semplice poeta, ma un nemico politico, un traditore, un agitatore, uno che avrebbe cercato alleanze con i Quraysh contro la comunità musulmana. È la classica risposta apologetica: spostare l’attenzione dalla condotta di Maometto alla pericolosità della vittima.
Ma questa difesa non risolve il problema. Anche concedendo tutta la cornice più favorevole all’apologetica islamica — tensione politica, clima di guerra, ostilità tribale, propaganda poetica, rapporti con i Quraysh — resta il dato centrale: le fonti islamiche non raccontano un confronto aperto, ma un’eliminazione notturna tramite inganno.
Se Kaʿb era colpevole di qualcosa, dov’è il processo? Dov’è l’accusa pubblica? Dov’è la sentenza? Dov’è il confronto? Dov’è la superiorità morale del presunto profeta? Non c’è. C’è una domanda: “Chi lo ucciderà?”. C’è una conferma: “Sì”. C’è un permesso: “Puoi dire ciò che vuoi”. E poi c’è un uomo attirato fuori di notte e ucciso.
Naturalmente l’apologeta islamico moderno può provare a costruire intorno al racconto tutta l’impalcatura difensiva che vuole. Può parlare di sicurezza, di guerra, di tradimento, di contesto tribale, di necessità politica. Ma non può cancellare il dettaglio più scomodo: la tradizione islamica presenta Maometto come colui che approva l’omicidio e autorizza l’inganno.
Il problema morale: Maometto come esempio perfetto
Il problema non è soltanto storico. Il problema è teologico e morale. Perché Maometto, nell’Islam, non è trattato come un normale capo tribale del VII secolo, giudicabile con tutte le ombre e le brutalità del suo tempo. Maometto viene presentato come l’esempio eccellente da seguire, il modello umano più alto, il profeta finale, il sigillo dei profeti.
Ed è qui che l’apologetica islamica si incarta. Se Maometto fosse soltanto un capo politico antico, l’episodio sarebbe una delle tante storie dure, sporche e violente del potere antico. Ma l’Islam pretende molto di più. Pretende che quest’uomo sia modello morale per tutti i tempi. Pretende che le sue azioni siano fonte di ispirazione. Pretende che il suo comportamento sia rivestito di una luce religiosa.
Ma quale luce religiosa dovrebbe esserci nell’autorizzare un omicidio tramite inganno? Quale nobiltà spirituale c’è nel permettere a un seguace di mentire per attirare un uomo verso la morte? Quale misericordia profetica si intravede in un assassinio notturno organizzato sfruttando rapporti personali?
Il problema è che la figura di Maometto, appena viene letta fuori dalla propaganda devozionale, appare per quello che spesso appare nelle sue stesse fonti: non un mite predicatore disarmato, ma un uomo di potere, capace di usare rivelazione, intimidazione, guerra, espulsioni, omicidi mirati e opportunità politica per consolidare la propria autorità.
Il solito imbarazzo degli apologeti
Di fronte a episodi come questo, le reazioni apologetiche tendono a ripetersi. Alcuni negano. Altri minimizzano. Altri contestualizzano fino a dissolvere ogni responsabilità morale. Altri ancora trasformano l’omicidio in una specie di intervento necessario per salvare la comunità. Il meccanismo è sempre lo stesso: quando la fonte serve a magnificare Maometto, l’hadith diventa prova luminosa; quando la fonte imbarazza, improvvisamente bisogna relativizzare, reinterpretare, contestualizzare, dubitare, sospendere, problematizzare.
È un gioco vecchio. Se Maometto perdona qualcuno, allora è misericordia eterna. Se approva l’uccisione di un oppositore, allora era il contesto. Se dice una frase apparentemente dolce, allora vale per tutti i tempi. Se autorizza l’inganno per un omicidio, allora bisogna capire l’Arabia del VII secolo. Comodo: universale quando conviene, contestuale quando imbarazza.
Questo doppio registro è uno dei motivi per cui la critica all’Islam deve continuare a tornare sulle fonti. Non sulle favole da conferenza interreligiosa, non sui volantini patinati delle associazioni islamiche, non sulle frasi rassicuranti confezionate per il pubblico occidentale. Sulle fonti. Sugli hadith. Sulla sīra. Sui tafsir. Sulla tradizione che l’Islam stesso ha trasmesso, conservato e venerato.
Non un caso isolato
L’episodio di Kaʿb ibn al-Ashraf non vive nel vuoto. Si inserisce in una serie più ampia di racconti nei quali gli oppositori di Maometto vengono intimiditi, eliminati, colpiti o messi a tacere. Abbiamo già trattato il tema nella lista delle uccisioni ordinate o sostenute da Maometto e in altri articoli dedicati ai metodi con cui il potere islamico nascente gestì dissenso, satira e opposizione.
Chi vuole davvero capire la figura storica di Maometto non può limitarsi alla versione da catechismo islamico: il perseguitato mite, il predicatore paziente, il capo misericordioso. Deve guardare anche al Maometto medinese, al Maometto che acquisisce potere, al Maometto che guida spedizioni, decide espulsioni, distribuisce bottino, gestisce prigionieri, autorizza uccisioni e trasforma l’opposizione in qualcosa da eliminare.
È in questo passaggio che crolla molta retorica moderna. A Mecca, quando era debole, Maometto poteva apparire come predicatore paziente. A Medina, quando diventa capo politico e militare, il linguaggio cambia. E con esso cambiano i metodi. L’episodio di Kaʿb mostra proprio questa trasformazione: non più soltanto predicazione, ma gestione del potere attraverso l’eliminazione degli oppositori.
Conclusione: il poeta, il profeta e il mandante
La vicenda di Kaʿb ibn al-Ashraf è micidiale per l’immagine apologetica di Maometto perché non richiede interpretazioni fantasiose. Basta restare al racconto islamico. Maometto chiede chi ucciderà Kaʿb. Muhammad ibn Maslama si offre. Maometto approva. Maslama chiede il permesso di ingannare la vittima. Maometto concede il permesso. Kaʿb viene attirato fuori di notte e ucciso.
Gli apologeti possono discutere per ore sul contesto politico, sulla guerra, sui Quraysh, sulla poesia satirica, sulla sicurezza della comunità musulmana. Ma il dato resta: non viene raccontato un processo, non viene raccontata una battaglia, non viene raccontato un confronto leale. Viene raccontato un assassinio notturno autorizzato dal profeta dell’Islam.
Ed è proprio qui che la maschera cade. Perché un conto è dire che Maometto fu un capo del suo tempo, immerso nelle logiche dure e violente dell’Arabia tribale. Un altro conto è pretendere che quell’uomo sia il modello morale supremo dell’umanità. Se il modello supremo autorizza la menzogna per uccidere un oppositore, allora il problema non è Kaʿb ibn al-Ashraf. Il problema è il modello.
La domanda finale, dunque, è inevitabile: se un uomo comune approva un omicidio tramite inganno, lo chiamiamo mandante. Se lo fa Maometto, perché dovremmo chiamarlo profeta?

Concordo con te. Più che altro però i musulmani ignorano quelle storie e ascoltano soltanto quello che dicono i mullah e gli imam su di lui (ovviamente questi raccontano solo i racconti inventati). Non conoscono neanche cosa dice il Corano, anche se lo leggono ogni giorno! (Ma questo perché la maggior parte non è arabofona) il brutto è che imparano a leggere il Corano e a recitare le sure ma non il loro significato! Penso che basterebbe far loro leggere una traduzione del Corano per rendersi conto che l’Islam NON è una religione di pace