Banu Qurayza: Maometto e la strage della tribù ebraica

Nel 627, subito dopo la Battaglia del Fossato, Maometto rivolse le proprie forze contro i Banū Qurayẓa, l’ultima grande tribù ebraica rimasta a Medina. La tradizione islamica li accusa di avere violato l’accordo che li legava a Maometto durante uno dei momenti più pericolosi per la comunità musulmana, entrando in contatto con i Confederati che assediavano la città. Dopo la ritirata degli assalitori, Maometto marciò immediatamente contro i Qurayẓa, li assediò fino alla resa e sottopose la loro sorte al giudizio di Saʿd ibn Muʿādh.

Il risultato fu l’uccisione dei maschi appartenenti alla categoria destinata alla morte, la cattività delle donne e dei bambini, la confisca delle proprietà e la distribuzione di persone e beni fra i musulmani. Le fonti islamiche non lasciano Maometto ai margini dell’episodio. Bukhari 4028 e Muslim 1766a gli attribuiscono direttamente l’uccisione degli uomini e la distribuzione delle loro famiglie e proprietà; Abū Dāwūd 4404 racconta che i ragazzi venivano esaminati in base alla crescita dei peli pubici e che quelli che li avevano sviluppati venivano uccisi; al-Tirmidhī 1582 racconta che Saʿd aveva già pregato di rimanere vivo fino all’eliminazione dei Qurayẓa e quantifica gli uccisi in quattrocento.

Maometto guidò l’operazione militare, ebbe il controllo dei prigionieri, trasferì a Saʿd il giudizio sul loro destino, accettò il verdetto, lo fece eseguire e lo proclamò conforme al giudizio di Allah. La versione che tenta di trasformarlo in uno spettatore della decisione di un arbitro indipendente si scontra direttamente con le stesse fonti canoniche sunnite.

Il Corano: uccisioni, prigionieri e beni dei vinti

Il nucleo dell’episodio non dipende dalla sīra o dalle ricostruzioni moderne. È già presente nel Corano. Corano 33:26 identifica una parte della «Gente del Libro» schierata con i Confederati e descrive ciò che accadde dopo la loro sconfitta:

«Ne uccideste una parte e un’altra parte la faceste prigioniera.»

Corano 33:27 aggiunge immediatamente il trasferimento della ricchezza dei vinti:

«Vi ha dato in eredità la loro terra, le loro dimore e i loro beni.»

Al-Baghawī, nel tafsīr di 33:26, identifica esplicitamente la Gente del Libro del versetto con i Banū Qurayẓa e sviluppa estesamente l’assedio, la resa, il giudizio di Saʿd, le esecuzioni, la cattività e la spartizione del bottino. Anche al-Qurṭubī nel commento allo stesso versetto identifica l’episodio con i Qurayẓa.

Il testo coranico non prende le distanze dall’esito. Uccisioni, cattività e acquisizione delle proprietà vengono inserite nella vittoria concessa da Allah ai musulmani. Una conquista politica e militare viene elevata a successo garantito e premiato da Dio.

Il tradimento dei Qurayẓa non rende colpevole ogni maschio pubere

Al-Baghawī nel tafsīr di Corano 33:26 presenta i Banū Qurayẓa come coloro che avevano aiutato Quraysh e Ghatafān contro Maometto e i musulmani. Il racconto identifica inoltre Kaʿb ibn Asad come capo dei Qurayẓa e Ḥuyayy ibn Akhṭab come l’uomo che lo aveva spinto contro Maometto.

Prendiamo questa accusa nella sua forma più grave: alcuni dirigenti Qurayẓa avrebbero rotto un accordo nel momento in cui Medina era sotto minaccia militare. Questo non trasforma automaticamente ogni maschio pubere della tribù in responsabile personale del tradimento.

Le fonti non descrivono processi individuali nei quali si stabilisca chi abbia negoziato con i Confederati, chi abbia combattuto, chi abbia appoggiato la rottura del patto e chi non abbia partecipato alle decisioni dei capi. Descrivono invece categorie alle quali vengono applicate sorti diverse: morte, cattività o salvezza.

Il particolare diventa ancora più grave quando Abū Dāwūd 4404 mostra quale criterio poteva separare un ragazzo destinato alla cattività da uno destinato alla morte: la crescita dei peli pubici.

Gabriele ordina di marciare contro i Qurayẓa

Sahih al-Bukhari 4122 racconta che Maometto, rientrato dalla Battaglia del Fossato, aveva deposto le armi e si stava lavando quando Gabriele gli sarebbe apparso. Nel racconto Gabriele gli dice:

«Hai deposto le armi? Per Allah, io non le ho deposte. Esci contro di loro.»

Maometto domanda dove debba andare; Gabriele indica i Banū Qurayẓa. Bukhari prosegue dicendo che Maometto raggiunse la tribù e la assediò.

La narrazione non presenta quindi l’operazione contro i Qurayẓa come una normale decisione politica discutibile. La attribuisce al cielo. Una scelta militare compiuta da Maometto viene presentata come ordine dell’arcangelo Gabriele, conferendole la massima autorità religiosa possibile.

L’esilio era stato proposto e Maometto lo rifiutò

Al-Baghawī, commentando Corano 8:27, racconta che Maometto assediò i Banū Qurayẓa per ventuno notti e che questi chiesero di ricevere lo stesso trattamento già accordato ai Banū Naḍīr: lasciare Medina e raggiungere i loro correligionari in Siria.

«Chiesero una riconciliazione alle stesse condizioni concesse ai loro fratelli dei Banū Naḍīr.»

Al-Baghawī continua spiegando che Maometto rifiutò di concedere loro questa soluzione, pretendendo invece che si sottoponessero al giudizio di Saʿd ibn Muʿādh.

L’alternativa alla successiva esecuzione, quindi, non è un’idea inventata da un critico moderno. Era già stata utilizzata nei confronti di un’altra tribù ebraica, venne richiesta dai Qurayẓa e Maometto la respinse.

L’alibi dell’assenza di alternative cade. L’esilio avrebbe eliminato la presenza politica e militare dei Qurayẓa da Medina senza procedere alla successiva uccisione degli uomini. La fonte attribuisce a Maometto il rifiuto di quella possibilità.

Abū Lubāba indica la gola prima del verdetto di Saʿd

La stessa tradizione conservata da al-Baghawī su Corano 8:27 racconta che i Qurayẓa chiesero di poter consultare Abū Lubāba ibn ʿAbd al-Mundhir, un uomo degli Aws legato alla tribù. Maometto lo inviò da loro.

Quando i Qurayẓa gli domandarono se dovessero consegnarsi al giudizio di Saʿd, Abū Lubāba rispose con un gesto inequivocabile:

«Indicò con la mano la propria gola: era lo sgozzamento. “Non fatelo”.»

Al-Baghawī in 33:26 conserva la stessa scena: alla domanda su ciò che Maometto avrebbe fatto loro dopo la resa, Abū Lubāba indica la gola. Anche al-Ṭabarī nel tafsīr di 8:27 riporta la tradizione di Abū Lubāba legata al tradimento di Allah e del Messaggero.

Al-Baghawī racconta inoltre che Abū Lubāba comprese immediatamente la gravità di ciò che aveva rivelato, si allontanò senza tornare da Maometto e si legò a una colonna della moschea finché non fosse stato perdonato.

La cronologia parla da sola: Saʿd non aveva ancora pronunciato la sentenza. Eppure un uomo inviato personalmente da Maometto presso i Qurayẓa indicava già lo sgozzamento come conseguenza della resa.

La rappresentazione apologetica di una condanna improvvisa, imprevedibile e nata soltanto nella mente di Saʿd si scontra quindi con la stessa tradizione islamica. La prospettiva della morte precede il verdetto formale.

Saʿd non era un arbitro neutrale

La figura di Saʿd ibn Muʿādh viene utilizzata frequentemente per tentare di allontanare da Maometto la responsabilità della condanna. Ma Jāmiʿ al-Tirmidhī 1582, classificato dallo stesso al-Tirmidhī come ḥasan ṣaḥīḥ, racconta qualcosa che rende impossibile rappresentare Saʿd come un arbitro emotivamente neutrale.

Dopo essere stato ferito durante la Battaglia del Fossato, Saʿd pregò:

«Non lasciare che la mia anima parta finché i miei occhi non siano appagati dall’eliminazione dei Banū Qurayẓa.»

Poco dopo proprio a lui venne affidato il destino della tribù. Al-Tirmidhī racconta che Saʿd decretò la morte degli uomini e la sopravvivenza delle donne; Maometto approvò il verdetto e l’hadith conclude indicando quattrocento uccisi.

Maometto affidò quindi la sorte dei prigionieri a un uomo che aveva già pregato Allah di tenerlo in vita fino all’eliminazione dei Qurayẓa. Definire la successiva condanna come il verdetto imprevedibile di un giudice neutrale significa ignorare ciò che racconta una fonte islamica classificata ḥasan ṣaḥīḥ.

I Qurayẓa si consegnano a Maometto: è lui a trasferire il giudizio a Saʿd

La formula «i Qurayẓa scelsero Saʿd» nasconde inoltre un particolare essenziale contenuto in Sahih al-Bukhari 4122:

«Si arresero al giudizio del Profeta, ma egli affidò a Saʿd il verdetto che li riguardava.»

La sequenza è chiara. I Qurayẓa si consegnano a Maometto. Maometto trasferisce a Saʿd la formulazione della sentenza. Saʿd stabilisce quindi che i combattenti vengano uccisi, le donne e i bambini fatti prigionieri e le proprietà distribuite.

La scelta di Saʿd risolveva contemporaneamente un problema politico. Gli Aws erano stati alleati dei Qurayẓa e chiedevano un trattamento favorevole. Affidare la condanna al loro stesso capo neutralizzava quelle pressioni senza sottrarre a Maometto il controllo dei prigionieri e della forza incaricata di eseguire la decisione.

La mediazione di Saʿd non cancella la responsabilità di Maometto. La organizza.

La sentenza: morte degli uomini e cattività dei discendenti

Sahih al-Bukhari 4121 registra direttamente la sentenza pronunciata da Saʿd:

«Uccidete i loro combattenti e prendete prigionieri i loro discendenti.»

Maometto non protesta, non riduce la pena e non concede una commutazione. La risposta attribuitagli da Bukhari è:

«Hai giudicato secondo il giudizio di Allah.»

La condanna non viene semplicemente tollerata. Viene trasformata in volontà divina.

Al-Baghawī nel tafsīr di 33:26 sviluppa ulteriormente il racconto: Saʿd ottiene la conferma che il proprio giudizio sarà vincolante anche per Maometto, pronuncia morte, cattività e divisione delle proprietà, e Maometto gli attribuisce un giudizio conforme a quello di Allah.

La responsabilità morale del capo non scompare perché un altro uomo pronuncia formalmente la frase decisiva. Maometto possiede i prigionieri, trasferisce il potere di giudicarli, approva la condanna e ne dispone l’esecuzione.

Bukhari e Muslim attribuiscono direttamente l’uccisione a Maometto

La difesa «fu Saʿd, non Maometto» crolla definitivamente davanti a Sahih al-Bukhari 4028. La raccolta non attribuisce l’esito a Saʿd: il soggetto della frase è Maometto.

«Poi uccise i loro uomini e distribuì donne, bambini e proprietà fra i musulmani.»

Sahih Muslim 1766a tramanda praticamente lo stesso racconto: dopo avere espulso i Banū Naḍīr e inizialmente lasciato rimanere i Qurayẓa, Maometto, quando questi combatterono contro di lui, uccise gli uomini e distribuì donne, bambini e proprietà fra i musulmani.

La grammatica delle raccolte canoniche non lascia spazio alla scappatoia apologetica: Saʿd formula la condanna; Maometto è il capo al quale Bukhari e Muslim attribuiscono direttamente la sua realizzazione.

Abū Dāwūd: Maometto stava uccidendo gli uomini con le spade

Sunan Abī Dāwūd 2671, classificato ḥasan nella fonte, conserva la testimonianza attribuita ad ʿĀʾisha su una donna dei Qurayẓa che si trovava con lei durante le esecuzioni.

Il racconto colloca Maometto direttamente al centro di ciò che stava accadendo:

«Il Messaggero di Allah stava uccidendo i loro uomini con le spade.»

La donna viene poi chiamata e decapitata. Il racconto afferma che fu l’unica donna dei Qurayẓa messa a morte.

Anche qui Maometto non appare come un osservatore costretto a rispettare la decisione di qualcun altro. La fonte parla degli uomini che il Messaggero di Allah stava uccidendo con le spade.

«Combattenti»? I ragazzi venivano esaminati per i peli pubici

Uno degli espedienti più comuni per rendere l’episodio meno brutale consiste nel tradurre muqātila con «combattenti» e lasciare intendere che gli uccisi fossero esclusivamente soldati identificati individualmente sul campo di battaglia.

Sunan Abī Dāwūd 4404, classificato ṣaḥīḥ, distrugge questa rappresentazione. ʿAṭiyya al-Quraẓī racconta di essere stato fra i prigionieri:

«Chi aveva cominciato a sviluppare peli veniva ucciso; chi non li aveva sviluppati non veniva ucciso.»

Non viene descritto un interrogatorio sulla partecipazione al combattimento. Non viene verificato se il singolo ragazzo avesse negoziato con i Confederati o commesso tradimento. Si guarda il suo corpo.

Abū Dāwūd 4405, anch’esso classificato ṣaḥīḥ, è ancora più esplicito:

«Scoprirono le mie parti intime; visto che i peli non erano cresciuti, mi misero fra i prigionieri.»

La linea fra cattività e morte poteva quindi essere tracciata attraverso lo sviluppo puberale. Un ragazzo che avesse già sviluppato peli pubici rientrava nella categoria destinata all’uccisione.

Chiamare indiscriminatamente tutti gli uccisi «soldati» nasconde ciò che gli stessi hadith raccontano: fra i prigionieri vi erano giovani la cui sorte veniva decisa attraverso l’ispezione dei genitali.

Donne, bambini e proprietà diventano bottino

Bukhari 4028 e Muslim 1766a affermano che donne, bambini e proprietà dei Qurayẓa vennero distribuiti fra i musulmani. Corano 33:27 presenta contemporaneamente terra, dimore e beni dei vinti come un’eredità ricevuta dai musulmani.

Al-Baghawī nel commento a 33:26 sviluppa ulteriormente la spartizione. Racconta che Maometto divise le proprietà, le donne e i figli dei Qurayẓa fra i musulmani, prelevò il quinto e inviò Saʿd ibn Zayd nel Najd con alcune prigioniere, utilizzate per ottenere cavalli e armi.

Il significato concreto della cattività diventa così impossibile da nascondere dietro una parola neutra. Le persone erano parte del bottino e alcune donne catturate vennero utilizzate come merce di scambio per acquistare armamenti.

La comunità che puniva i Qurayẓa era contemporaneamente quella che riceveva le loro terre, case, proprietà, donne e figli. Non occorre inventare un movente economico segreto: il beneficio materiale della distruzione della comunità sconfitta è descritto dalle stesse fonti.

Rayḥāna: Maometto sceglie per sé una prigioniera dei Qurayẓa

Lo stesso tafsīr di al-Baghawī a Corano 33:26 racconta anche ciò che accadde a Rayḥāna, una delle donne della comunità sconfitta.

«Il Messaggero di Allah scelse per sé Rayḥāna […] e rimase in suo possesso fino alla sua morte.»

Il racconto prosegue affermando che Maometto avrebbe voluto sposarla, mentre Rayḥāna preferì rimanere nella condizione in cui si trovava; al-Baghawī racconta inoltre il suo successivo ingresso nell’Islam.

Il dato centrale è precedente a tutto questo. Dopo l’uccisione degli uomini e la divisione delle donne e dei bambini, Maometto scelse personalmente una donna appartenente alla comunità appena sconfitta.

Questo mostra cosa significasse materialmente la «cattività» femminile nella vicenda: le donne non furono semplicemente trasferite in un luogo sicuro. Vennero spartite fra i vincitori e una di esse entrò nella disponibilità personale del capo che aveva condotto l’assedio.

Maometto poteva concedere sicurezza: Muslim lo dice esplicitamente

Sahih Muslim 1766a contiene un particolare che elimina un’altra difesa: quella di un Maometto prigioniero di una procedura dalla quale non avrebbe potuto sottrarre nessuno.

Dopo l’uccisione degli uomini e la distribuzione delle famiglie, Muslim aggiunge:

«Alcuni raggiunsero il Messaggero di Allah, che concesse loro sicurezza. Essi abbracciarono l’Islam.»

Maometto possedeva quindi concretamente il potere di salvare singoli individui dalla sorte generale della tribù. Non si tratta di una possibilità teorica: Muslim afferma che la protezione venne effettivamente concessa.

Il quadro diventa ancora più netto se questo dato viene letto insieme ad al-Baghawī. L’esilio era una soluzione già utilizzata e richiesta dai Qurayẓa; Maometto la rifiutò. La sicurezza individuale era possibile; Maometto la concesse ad alcuni che passarono dalla sua parte e abbracciarono l’Islam.

Esilio e protezione personale esistevano entrambi. La strage non era l’unica soluzione disponibile.

«Era la loro stessa Torah»: Bukhari non lo dice

Una delle difese apologetiche più ripetute sostiene che i Qurayẓa sarebbero stati condannati semplicemente secondo la loro stessa Torah, in particolare secondo Deuteronomio 20.

Il problema è elementare: Bukhari 4121Bukhari 4122 dicono una cosa del genere.

Bukhari non dice che Saʿd consultò la Torah. Non dice che citò Deuteronomio. Non dice che i Qurayẓa chiesero l’applicazione della legge mosaica. Non dice che Maometto affidò il giudizio a Saʿd affinché applicasse una norma ebraica.

La Torah compare invece esplicitamente quando Bukhari vuole raccontare Maometto mentre ricorre realmente a essa. In Sahih al-Bukhari 7543, nel caso di due ebrei accusati di adulterio, Maometto ordina:

«Portate qui la Torah e recitatela, se siete sinceri.»

La Torah viene portata, letta e viene individuato il passo relativo alla lapidazione. Quando la Torah fa parte del procedimento, Bukhari lo dice chiaramente. Nel verdetto contro i Qurayẓa non lo dice.

Presentare quindi la formula «vennero giudicati secondo la loro stessa legge» come se fosse il contenuto esplicito degli hadith canonici significa aggiungere al racconto un elemento che quelle fonti non contengono.

Anche invocando Deuteronomio, Maometto non viene assolto

La difesa della Torah non funziona neppure sul piano teologico. Maometto non viene presentato dall’Islam come un magistrato ebreo obbligato ad applicare ogni norma dell’antico Israele. Viene presentato come destinatario dell’ultima rivelazione, autorità religiosa suprema e modello morale per l’umanità.

Se la pena fosse stata crudele o ingiusta, il presunto ultimo Messaggero di Dio non aveva alcun obbligo di adottarla. Attribuire il verdetto alla Torah non rende moralmente innocente chi lo accetta, lo esegue e lo proclama conforme al giudizio di Allah.

L’argomento produce inoltre un evidente doppio standard: le prescrizioni bibliche vengono dichiarate superate quando confliggono con l’Islam, ma diventano improvvisamente una giustificazione sacra quando possono essere invocate per difendere una delle azioni più brutali attribuite a Maometto.

«Accettarono l’arbitrato» non significa che scelsero la propria morte

Bukhari 4121 racconta che i Qurayẓa accettarono il giudizio di Saʿd. Bukhari 4122 precisa però che si consegnarono prima al giudizio di Maometto e che fu lui a rinviare la decisione a Saʿd.

Il contesto non è quello di due parti libere che scelgono serenamente un arbitro terzo. I Qurayẓa erano assediati, militarmente sconfitti e nelle mani dell’esercito di Maometto. Al-Baghawī racconta inoltre che avevano chiesto prima una soluzione diversa, l’esilio, e che Maometto l’aveva rifiutata.

La resa alle condizioni del vincitore non trasferisce sui prigionieri la responsabilità morale della pena scelta dal vincitore. Dire che «accettarono il giudizio» non trasforma la loro successiva decapitazione in una decisione volontariamente presa da loro.

Quattrocento, seicento o novecento: non serve gonfiare il numero

Le tradizioni islamiche forniscono cifre diverse. Al-Tirmidhī 1582, in un hadith definito ḥasan ṣaḥīḥ, conclude:

«Erano quattrocento.»

Al-Baghawī nel commento a 33:26 tramanda invece cifre più elevate, parlando di seicento-settecento e riportando tradizioni che arrivano a ottocento-novecento.

Non c’è alcun bisogno di scegliere automaticamente la cifra massima. Quattrocento uomini messi a morte dopo la resa costituiscono già una vasta esecuzione collettiva.

La discussione sul numero non cambia gli elementi sui quali concordano le fonti: uomini uccisi, donne e bambini fatti prigionieri, proprietà distribuite e sentenza approvata da Maometto come giudizio di Allah.

«Erano altri tempi» spiega un uomo del VII secolo, non un modello morale universale

Le guerre del VII secolo erano brutali. Esecuzioni, schiavitù, deportazioni e bottino appartenevano al mondo in cui vivevano Maometto e i suoi contemporanei.

Questo può spiegare perfettamente il comportamento di un capo politico e militare del VII secolo. Non dimostra la perfezione morale di un uomo presentato come destinatario della rivelazione definitiva di Dio e modello per l’intera umanità.

Il problema diventa ancora più grave perché Maometto non avrebbe semplicemente tollerato una pratica comune del proprio ambiente. Bukhari 4121 gli attribuisce la proclamazione che quella sentenza coincideva con il «giudizio di Allah».

Se Allah è onnisciente e Maometto rappresenta una guida morale superiore alle consuetudini del proprio secolo, rimane da spiegare perché il presunto giudizio perfetto di Dio finisca per coincidere con esecuzione collettiva, cattività delle famiglie e appropriazione delle persone e dei beni dei vinti.

I Qurayẓa nel più ampio rapporto di Maometto con gli ebrei di Medina

L’episodio non è isolato. Sahih al-Bukhari 4028 inserisce nello stesso racconto i Banū Naḍīr, i Banū Qurayẓa, i Banū Qaynuqāʿ e gli altri ebrei di Medina. I Naḍīr vengono espulsi; degli uomini Qurayẓa viene descritta l’uccisione; donne, bambini e proprietà vengono distribuiti; Bukhari conclude attribuendo a Maometto l’espulsione degli ebrei rimasti da Medina.

Sahih Muslim 1767a attribuisce poi a Maometto una dichiarazione ancora più ampia:

«Espellerò gli ebrei e i cristiani dalla Penisola Arabica e non lascerò che musulmani.»

La sequenza tramandata dalle fonti islamiche è concreta: espulsione dei Qaynuqāʿ, espulsione dei Naḍīr, uccisione e cattività dei Qurayẓa, successiva conquista di Khaybar e dichiarazione sull’espulsione di ebrei e cristiani dalla Penisola Arabica.

Non occorre inventare complotti o intenzioni segrete. Le azioni e le dichiarazioni attribuite a Maometto dalle fonti islamiche sono sufficienti.

La responsabilità di Maometto

Ridotta agli elementi essenziali, la vicenda è impossibile da rendere innocua.

Maometto marcia contro i Qurayẓa immediatamente dopo la Battaglia del Fossato. Al-Baghawī racconta che rifiuta loro l’esilio già concesso ai Banū Naḍīr. Prima del verdetto, Abū Lubāba indica la gola per mostrare quale sorte li attende. Al-Tirmidhī racconta che Saʿd aveva già pregato di restare vivo fino all’eliminazione dei Qurayẓa. Bukhari dice che la tribù si consegna a Maometto e che è Maometto a trasferire il giudizio a Saʿd.

Saʿd pronuncia la condanna. Bukhari 4121 attribuisce a Maometto la proclamazione che essa corrisponde al giudizio di Allah. Bukhari 4028 e Muslim 1766a attribuiscono direttamente a Maometto l’uccisione degli uomini e la distribuzione delle famiglie e delle proprietà. Abū Dāwūd 2671 parla degli uomini che il Messaggero di Allah stava uccidendo con le spade.

Abū Dāwūd 4404 e 4405 raccontano ragazzi esaminati attraverso lo sviluppo dei peli pubici. Al-Baghawī racconta la divisione di donne, bambini e beni, l’invio di alcune prigioniere nel Najd in cambio di cavalli e armi e la scelta personale di Rayḥāna da parte di Maometto. Muslim dimostra infine che Maometto possedeva il potere di concedere sicurezza individuale e che lo esercitò nei confronti di alcuni Qurayẓa che raggiunsero lui e abbracciarono l’Islam.

Questo non è il ritratto di un uomo trascinato controvoglia da una decisione altrui. È il ritratto di un capo politico, militare e religioso che conduce l’assedio, controlla i prigionieri, decide il meccanismo del giudizio, accetta il verdetto, possiede il potere di concedere eccezioni, dispone della forza che esegue la condanna, distribuisce il bottino e attribuisce infine l’intera sentenza all’autorità di Dio.

La mediazione di Saʿd non cancella la responsabilità di Maometto. La rende politicamente più conveniente senza renderla moralmente meno sua.

Una strage non diventa giustizia chiamandola «giudizio di Allah»

Il giudizio su Maometto che emerge da questa vicenda è profondamente negativo. Una leadership fondata sulla responsabilità personale avrebbe potuto colpire i dirigenti responsabili della rottura dell’accordo, distinguere chi avesse combattuto da chi non lo aveva fatto, risparmiare i giovani e scegliere l’esilio già utilizzato in precedenza.

Le fonti islamiche raccontano altro: uomini messi a morte, adolescenti separati attraverso lo sviluppo puberale, donne e bambini trasformati in prigionieri e bottino, proprietà confiscate e distribuite, alcune prigioniere scambiate per cavalli e armi e una donna della comunità sconfitta scelta personalmente da Maometto.

Poi arriva la formula che rende l’intero episodio ancora più grave:

«Hai giudicato secondo il giudizio di Allah.»

La brutalità della vicenda non nasce da una caricatura anti-islamica. È raccontata dal Corano, da Bukhari, Muslim, Tirmidhī, Abū Dāwūd e dai tafsīr musulmani.

Non serve gonfiare il numero dei morti. Non serve inventare intenzioni segrete. Non serve mettere in bocca a Maometto parole che le fonti non gli attribuiscono. Ciò che le fonti islamiche gli attribuiscono è già sufficiente.

Un uomo presentato come modello morale universale approva una condanna collettiva, la fa eseguire e la consacra come volontà divina. Giovani prigionieri possono essere mandati alla morte sulla base dello sviluppo dei loro peli pubici. Donne e bambini vengono distribuiti insieme ai beni. Parte delle prigioniere viene utilizzata per acquistare cavalli e armi. Il capo dei vincitori sceglie personalmente una donna della comunità sconfitta.

Chiamare tutto questo «misericordia» non modifica ciò che le fonti raccontano. Chiamarlo «giudizio di Allah» rende il problema morale ancora più devastante.

Fonti principali

2 commenti

  1. Meglio non commentare che in Italia sta diventando rischioso esprimere in libertà il proprio pensiero, c’è già la polizia islamica che gira e segna i nomi di quelli da decapitare, vedi la Sharia Police a New York City!!! Ho paura che non ne usciremo vivi, l’unica consolazione è quella di fare più vittime possibili tra quelli che ci attaccheranno

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