Commento al Corano: Sura 5 al-Ma’ida, “La Mensa”, versetti 61-120
Nei versetti 61-120 della Sura 5 al-Ma’ida, “La Mensa”, il Corano porta a compimento la sua polemica contro il Popolo del Libro e chiude la sura con una lunga scena su Gesù, Maria, i miracoli, la tavola discesa dal cielo e l’accusa cristologica decisiva: avere elevato Gesù e sua madre accanto ad Allah. La sezione non è una semplice appendice spirituale: intreccia maledizione, confini comunitari, alcol, gioco d’azzardo, norme rituali, autorità di Maometto, rapporto con cristiani ed ebrei e riscrittura islamica della figura di Gesù.
La Sura 5 al-Ma’ida, “La Mensa”, versetti 61-120, prosegue il blocco precedente dedicato a cibo, matrimonio, Popolo del Libro, Corano 5:32, Corano 5:33, amputazione, Torah, Vangelo e alleanze. Qui il testo insiste sulla corruzione religiosa attribuita a parte degli ebrei e dei cristiani, vieta vino e gioco d’azzardo, disciplina alcune pratiche rituali e termina con una scena fortemente anticristiana: Gesù viene interrogato da Allah e separato radicalmente dalla fede cristiana.
Popolo del Libro, peccato e ostilità religiosa
I versetti 61-63 riprendono la critica contro coloro che entrano nella fede solo in apparenza e poi ritornano alla miscredenza. Il testo afferma: “Quando vengono a voi, dicono: crediamo; ma sono entrati con la miscredenza e con essa sono usciti.” (Corano 5:61).
La categoria polemica è chiara: il problema non è soltanto l’opposizione esterna, ma anche l’ambiguità interna, la professione di fede non sincera, il movimento tra appartenenza apparente e rifiuto reale. Nel linguaggio coranico, la comunità deve imparare a riconoscere l’ipocrisia e a non confondere la formula religiosa con la sottomissione effettiva.
Il versetto 62 accusa molti di loro di correre verso il peccato, l’aggressione e il consumo di ciò che è illecito: “Vedi molti di loro affrettarsi verso il peccato, l’ostilità e il consumo dell’illecito. Quanto è malvagio ciò che fanno.” (Corano 5:62).
Il bersaglio dell’analisi è il modo in cui il testo coranico costruisce polemicamente l’avversario religioso, non ebrei o cristiani come persone o categorie umane contemporanee. La questione è dottrinale: il Corano presenta parte del Popolo del Libro come comunità che ha ricevuto rivelazione, ma l’ha deformata, dimenticata o contraddetta.
“La mano di Allah è legata”: maledizione e accusa contro i giudei
Il versetto 64 contiene una delle formule più dure della Sura 5: “I giudei dissero: la mano di Allah è legata. Siano legate le loro mani e siano maledetti per ciò che hanno detto. No, le Sue mani sono distese: Egli dona come vuole.” (Corano 5:64).
Il testo attribuisce ai giudei una frase offensiva verso Allah e risponde con una maledizione. Non si tratta di un dettaglio marginale: la polemica coranica non si limita a dire che una comunità religiosa sbaglia, ma la descrive come colpevole di parole blasfeme, meritevole di condanna divina e già segnata dalla rottura con la verità.
Il medesimo versetto aggiunge: “Ciò che è stato fatto scendere su di te dal tuo Signore certamente accrescerà in molti di loro ribellione e miscredenza. Abbiamo gettato tra loro inimicizia e odio fino al Giorno della Risurrezione.” (Corano 5:64).
La rivelazione coranica non viene qui presentata come un messaggio accolto pacificamente da tutti i credenti del Libro. Al contrario: per molti di loro essa diventa occasione di maggiore ribellione e miscredenza. La frattura non è accidentale, ma teologica. Il Corano interpreta il rifiuto di Maometto come prova di deviazione religiosa.
La salvezza del Popolo del Libro: il versetto “tollerante” e il suo limite
Il versetto 69 è spesso citato come prova di pluralismo religioso: “In verità, coloro che credono, i giudei, i sabei e i cristiani: chiunque crede in Allah e nell’Ultimo Giorno e compie il bene, non avranno nulla da temere e non saranno afflitti.” (Corano 5:69).
Questo versetto va letto con attenzione. Da solo sembra aprire una via di salvezza per gruppi diversi. Ma nel contesto immediato della Sura 5, il Corano accusa ebrei e cristiani di rottura del patto, alterazione, dimenticanza, miscredenza, e subito dopo dichiara miscredenti coloro che affermano la divinità di Cristo o la Trinità. La lettura apologetica che usa 5:69 come prova di pluralismo moderno ignora la struttura polemica della sura.
La tradizione esegetica islamica ha spesso interpretato questi versetti in rapporto alla fede autentica e alla rivelazione ricevuta, non come riconoscimento paritario di ebraismo e cristianesimo dopo Maometto. Il problema resta lo stesso visto anche nei blocchi precedenti: il Corano può riconoscere tracce di verità nelle rivelazioni anteriori, ma le sottopone al proprio criterio finale.
Cristologia coranica: Gesù non è Dio
I versetti 72-73 sono tra i più importanti dell’intero Corano per capire la posizione islamica verso il cristianesimo. Il versetto 72 afferma: “Sono certamente caduti nella miscredenza coloro che dicono: Allah è il Messia, figlio di Maria.” (Corano 5:72).
La formula è identica nel nucleo a quella già incontrata in Corano 5:17. Per il Corano, attribuire divinità a Cristo non è una sfumatura teologica, ma kufr, miscredenza. Questo dato è essenziale perché smentisce una rappresentazione addolcita secondo cui il Corano si limiterebbe a onorare Gesù in modo compatibile con il cristianesimo.
Il versetto prosegue attribuendo a Gesù una dichiarazione di sottomissione: “Il Messia disse: O Figli di Israele, adorate Allah, mio Signore e vostro Signore. Chi associa ad Allah qualcosa, Allah gli ha proibito il Paradiso e il suo rifugio sarà il Fuoco.” (Corano 5:72).
Qui Gesù viene trasformato in testimone contro la cristologia cristiana. Non è il Figlio incarnato, non è Dio, non è seconda persona della Trinità: è il Messia che ordina di adorare Allah e che condanna lo shirk. Per il cristianesimo Gesù rivela il Padre; per il Corano Gesù smentisce la divinizzazione di sé.
Il versetto 73 colpisce direttamente la formula trinitaria: “Sono certamente caduti nella miscredenza coloro che dicono: Allah è il terzo di tre. Non c’è divinità se non un Dio unico.” (Corano 5:73).
La posta in gioco è enorme. Il Corano non propone una semplice variante monoteista accanto al cristianesimo: accusa il cuore della dottrina cristiana di miscredenza. La Trinità non viene trattata come mistero teologico da discutere, ma come violazione dell’unicità divina. Per approfondire la questione della rilettura islamica di Gesù e delle Scritture precedenti, si veda anche l’articolo sulla falsificazione della Bibbia.
Gesù e Maria: mangiavano cibo
Il versetto 75 completa la riduzione coranica della figura di Gesù: “Il Messia, figlio di Maria, non era che un messaggero; prima di lui passarono altri messaggeri. Sua madre era veridica. Entrambi mangiavano cibo.” (Corano 5:75).
L’argomento è semplice e polemico: Gesù e Maria mangiavano, dunque appartenevano alla condizione creaturale. Il testo non si limita a negare la divinità di Cristo; usa un dettaglio corporeo per abbassare la pretesa cristiana. Mangiare cibo significa dipendere, avere bisogno, appartenere al mondo creato. Per il Corano questo basta a respingere ogni elevazione divina.
Il riferimento a Maria è importante. La madre di Gesù viene onorata come veridica, ma resta creatura. Questo prepara il grande interrogatorio finale del versetto 116, dove Allah chiederà a Gesù se abbia mai detto agli uomini di prendere lui e sua madre come due divinità oltre ad Allah.
Maledizione dei Figli di Israele per bocca di Davide e Gesù
I versetti 78-79 tornano alla polemica contro i Figli di Israele: “Coloro che tra i Figli di Israele caddero nella miscredenza furono maledetti per bocca di Davide e di Gesù figlio di Maria. Ciò perché disobbedirono e trasgredivano.” (Corano 5:78).
La figura di Gesù viene quindi usata non solo contro i cristiani, ma anche contro parte dei Figli di Israele. Nel racconto coranico, Davide e Gesù diventano testimoni della condanna di chi disobbedisce. Ancora una volta, il Corano prende figure centrali delle tradizioni precedenti e le ricolloca dentro il proprio schema polemico.
Il versetto successivo aggiunge: “Non si proibivano reciprocamente il male che commettevano. Quanto era malvagio ciò che facevano.” (Corano 5:79).
Questo passaggio introduce un tema importante: il male non è solo commesso, ma diventa colpa comunitaria quando non viene contrastato. Nella logica coranica, una comunità religiosa che tollera la trasgressione partecipa alla propria decadenza. La maledizione non colpisce solo il peccato individuale, ma il corpo collettivo che non lo ferma.
I più ostili e i più vicini: ebrei, politeisti e cristiani
Il versetto 82 presenta un contrasto spesso citato: “Troverai che i più ostili verso coloro che credono sono i giudei e gli associatori; e troverai che i più vicini nell’affetto verso coloro che credono sono quelli che dicono: siamo cristiani.” (Corano 5:82).
Questo versetto riconosce una maggiore vicinanza affettiva ad alcuni cristiani, specialmente per la presenza di sacerdoti e monaci e per la loro assenza di superbia, come dice il prosieguo del testo. Ma anche qui non siamo davanti a un riconoscimento del cristianesimo come vero in sé. I versetti immediatamente precedenti e successivi condannano la divinizzazione di Cristo e la Trinità. La vicinanza descritta non annulla la subordinazione dottrinale.
Il versetto 83 descrive questi cristiani come commossi dalla rivelazione coranica: “Quando ascoltano ciò che è stato fatto scendere al Messaggero, vedi i loro occhi traboccare di lacrime per ciò che hanno riconosciuto della verità.” (Corano 5:83).
Il cristiano positivo, nel quadro coranico, è quello che riconosce la verità del Messaggero. Non è il cristiano che resta fermo alla Trinità, alla divinità di Cristo o alla crocifissione come nucleo della fede. È il cristiano che si avvicina all’Islam, che si commuove davanti al Corano e che riconosce la nuova rivelazione.
Vino, gioco d’azzardo, idoli e frecce divinatorie
I versetti 90-91 vietano vino, gioco d’azzardo, pietre idolatriche e frecce divinatorie. Il versetto 90 afferma: “O voi che credete, il vino, il gioco d’azzardo, le pietre sacrificali e le frecce divinatorie sono impurità dell’opera di Satana. Evitateli, affinché possiate prosperare.” (Corano 5:90).
Il versetto 91 spiega la ratio del divieto: “Satana vuole soltanto gettare tra voi inimicizia e odio mediante il vino e il gioco d’azzardo e distogliervi dal ricordo di Allah e dalla preghiera.” (Corano 5:91).
Qui il Corano non sta semplicemente dando un consiglio di sobrietà. Sta costruendo un ordine rituale e morale in cui certe pratiche sono collegate a Satana, inimicizia, odio e allontanamento dalla preghiera. La proibizione dell’alcol, che nel Corano appare in forma progressiva in altri passaggi, qui raggiunge una formulazione netta.
La tradizione hadithica rafforza questa proibizione. In Sahih al-Bukhari 5575 si trova il principio secondo cui ogni bevanda inebriante è proibita. Il divieto non riguarda soltanto il vino come prodotto specifico, ma l’ebbrezza come condizione incompatibile con l’ordine religioso.
Obbedienza al Messaggero e responsabilità della comunità
Il versetto 92 collega direttamente obbedienza ad Allah, obbedienza al Messaggero e vigilanza: “Obbedite ad Allah, obbedite al Messaggero e state in guardia. Se poi voltate le spalle, sappiate che al Nostro Messaggero spetta soltanto la comunicazione chiara.” (Corano 5:92).
Questa formula torna continuamente nel Corano medinese. Il Messaggero non è un semplice lettore del testo: è il destinatario dell’obbedienza comunitaria. La rivelazione costruisce un ordine in cui Allah comanda e Maometto trasmette, giudica, regola e diventa criterio di appartenenza.
Il tema si collega al ruolo di Maometto già emerso nella Sura 4 an-Nisa 104-176, dove il Libro scende perché il Profeta giudichi tra gli uomini. Anche qui la fede non è una libera spiritualità privata: è obbedienza organizzata.
Caccia, pellegrinaggio e sacralità rituale
I versetti 94-97 trattano la caccia durante lo stato sacro e la funzione della Ka‘ba. Il versetto 95 prescrive: “O voi che credete, non uccidete la selvaggina mentre siete in stato di consacrazione.” (Corano 5:95).
Il testo stabilisce anche compensazioni, offerte e sanzioni per chi viola il divieto. Ancora una volta, la rivelazione entra nel dettaglio dei comportamenti concreti. Il sacro non è soltanto sentimento, ma regime di permessi e divieti: quando cacciare, quando astenersi, come riparare la violazione.
Il versetto 97 afferma: “Allah ha fatto della Ka‘ba, la Casa Sacra, un sostegno per gli uomini, e così del mese sacro, delle offerte e degli animali segnati.” (Corano 5:97).
La Ka‘ba viene così posta al centro dell’ordine rituale islamico. Non è soltanto un edificio venerato: è un perno simbolico e normativo, un centro attorno al quale ruotano pellegrinaggio, sacrificio, tempo sacro e identità comunitaria.
Non fare troppe domande
Il versetto 101 contiene un ammonimento significativo: “O voi che credete, non chiedete riguardo a cose che, se vi fossero rese manifeste, vi dispiacerebbero.” (Corano 5:101).
Il passaggio non invita alla curiosità illimitata, ma alla disciplina della domanda. Nella logica del testo, porre certe questioni può diventare occasione di aggravamento normativo o turbamento. La rivelazione non è uno spazio di interrogazione libera senza conseguenze: è un ordine da ricevere con misura, obbedienza e timore.
Il versetto successivo ricorda che altri popoli posero domande simili e poi divennero miscredenti riguardo ad esse (Corano 5:102). Il nodo è evidente: la domanda non è neutra; può essere segno di ricerca, ma anche di resistenza, provocazione o disobbedienza.
Pratiche pagane e falsa attribuzione ad Allah
Il versetto 103 respinge alcune pratiche arabe preislamiche legate agli animali consacrati: “Allah non ha istituito né bahira, né sa’iba, né wasila, né ham; ma coloro che non credono inventano menzogne contro Allah.” (Corano 5:103).
Il Corano si presenta qui come purificazione del culto: ciò che non viene da Allah è invenzione, superstizione, menzogna religiosa. Ma il meccanismo è più ampio: la nuova rivelazione non corregge solo ebrei e cristiani; corregge anche il paganesimo arabo, le consuetudini tribali, i rituali ereditati e le attribuzioni indebite ad Allah.
Il versetto 104 mostra la resistenza della tradizione: “Quando si dice loro: venite a ciò che Allah ha fatto scendere e al Messaggero, dicono: ci basta ciò su cui abbiamo trovato i nostri padri.” (Corano 5:104).
La polemica contro la religione dei padri è centrale nella predicazione coranica. La tradizione ereditata non vale in quanto antica; deve piegarsi alla rivelazione portata dal Messaggero. Anche qui torna il binomio decisivo: ciò che Allah ha fatto scendere e il Messaggero che lo rende vincolante.
Gesù, i miracoli e la tavola discesa dal cielo
Dalla metà finale della sezione il testo torna su Gesù. Il versetto 110 elenca i favori concessi da Allah a Gesù: “O Gesù figlio di Maria, ricorda la Mia grazia su di te e su tua madre, quando ti rafforzai con lo Spirito Santo: parlavi agli uomini nella culla e da adulto.” (Corano 5:110).
Il versetto prosegue attribuendo a Gesù miracoli straordinari, ma sempre per permesso di Allah: plasmare dal fango una forma di uccello, guarire il cieco nato e il lebbroso, far uscire i morti. Il punto coranico è costante: Gesù compie segni, ma non per potere divino autonomo. Tutto avviene bi-idhni, per permesso di Allah.
Questa formula è teologicamente decisiva. Il Corano non nega i miracoli di Gesù; li ingloba, però, in una struttura che nega la sua divinità. Il miracolo non prova che Gesù sia Dio, ma che Allah lo ha sostenuto come messaggero. Il Gesù coranico è potente nei segni e subordinato nell’essere.
I versetti 112-115 danno il nome alla sura: i discepoli chiedono a Gesù se il suo Signore possa far scendere dal cielo una mensa. Il versetto 112 dice: “Quando i discepoli dissero: O Gesù figlio di Maria, può il tuo Signore far scendere su di noi una mensa dal cielo?” (Corano 5:112).
Gesù risponde invitandoli al timore di Allah, ma i discepoli insistono: vogliono mangiarne, rassicurare i cuori e sapere che Gesù ha detto la verità. Il versetto 114 riporta la preghiera di Gesù: “O Allah, nostro Signore, fai scendere su di noi una mensa dal cielo, che sia per noi una festa, per il primo e per l’ultimo di noi, e un segno da parte Tua.” (Corano 5:114).
La risposta divina è severa: “Io la farò scendere su di voi; ma chi di voi dopo ciò cadrà nella miscredenza, lo punirò con un castigo con cui non punirò nessun altro tra i mondi.” (Corano 5:115).
La mensa non è solo miracolo consolante. È segno che aumenta la responsabilità. Più grande è il segno, più grave diventa il rifiuto successivo. La rivelazione non accresce soltanto la luce, ma anche la colpa di chi la respinge.
Gesù interrogato da Allah: “me e mia madre come due divinità?”
Il versetto 116 è il culmine anticristiano della sura: “E quando Allah dirà: O Gesù figlio di Maria, hai forse detto tu agli uomini: prendete me e mia madre come due divinità oltre ad Allah?” (Corano 5:116).
La scena è potentissima. Allah interroga Gesù davanti all’accusa decisiva: essere stato trasformato, insieme a Maria, in oggetto di culto accanto ad Allah. Gesù risponde negando ogni responsabilità: “Gloria a Te! Non mi appartiene dire ciò di cui non ho diritto. Se l’avessi detto, Tu lo sapresti.” (Corano 5:116).
Questo passo è fondamentale perché mostra il modo in cui il Corano interpreta il cristianesimo: non come sviluppo legittimo della fede in Gesù, ma come deviazione che ha elevato creature accanto ad Allah. La presenza di Maria nel versetto è uno dei punti più discussi. Il testo non formula la Trinità cristiana secondo il dogma classico — Padre, Figlio e Spirito Santo — ma mette in scena Gesù e Maria come figure divinizzate oltre ad Allah.
Il Tafsir Ibn Kathir su Corano 5:116 legge il versetto come condanna di chi attribuisce divinità a Gesù e a sua madre. Il nodo critico resta: il Corano sembra polemizzare contro una forma di devozione cristiana percepita come associazione di Gesù e Maria ad Allah, più che contro una formulazione precisa della Trinità nicena. Per questo il passo è centrale anche nella discussione sull’accuratezza della rappresentazione coranica del cristianesimo.
Il versetto 117 completa la difesa di Gesù: “Non dissi loro se non ciò che Tu mi ordinasti: adorate Allah, mio Signore e vostro Signore.” (Corano 5:117).
Gesù viene così trasformato in testimone dell’Islam contro il cristianesimo. Non avrebbe predicato la propria divinità, non avrebbe chiesto culto, non avrebbe fondato la Trinità. Avrebbe ordinato soltanto l’adorazione di Allah. La cristologia cristiana viene quindi presentata come tradimento successivo del vero messaggio di Gesù.
Questo tema si collega anche alla questione del Vangelo di Barnaba, testo spesso usato in ambienti apologetici islamici per sostenere una versione di Gesù compatibile con l’Islam, nonostante la sua natura tarda e problematica.
Il giudizio finale e la sovranità di Allah
La sura si chiude con la sovranità assoluta di Allah. Il versetto 119 afferma: “Questo è il Giorno in cui ai veridici gioverà la loro veridicità. Per loro vi sono giardini sotto i quali scorrono i fiumi, dove rimarranno per sempre.” (Corano 5:119).
Il versetto finale conclude: “Ad Allah appartiene il regno dei cieli e della terra e di ciò che è in essi; Egli ha potere su ogni cosa.” (Corano 5:120).
È una chiusura coerente con tutta la sura. Dopo norme alimentari, matrimonio, pene, Popolo del Libro, divieto di alleanze, vino, gioco d’azzardo, Ka‘ba, Gesù, Maria e tavola celeste, il testo torna alla sovranità totale di Allah. Ogni cosa — storia, legge, culto, famiglia, comunità, profeti e giudizio finale — viene ricondotta al suo dominio.
Conclusione
La Sura 5 al-Ma’ida 61-120 chiude il capitolo portando al massimo grado la tensione tra Islam, ebraismo e cristianesimo. Da una parte il testo riconosce figure, Scritture e comunità precedenti; dall’altra le giudica, le corregge, le accusa di deviazione e le subordina alla rivelazione portata da Maometto.
Il blocco contiene versetti spesso usati in senso rassicurante, come 5:69 sulla salvezza di credenti, giudei, sabei e cristiani, o 5:82 sulla maggiore vicinanza affettiva di alcuni cristiani. Ma la cornice complessiva non è pluralista: subito attorno a quei passaggi troviamo accuse di miscredenza, maledizione, rifiuto della divinità di Cristo, condanna della Trinità, obbedienza al Messaggero e costruzione di una comunità separata.
Il finale su Gesù è la chiave dell’intera sezione. Il Corano non accetta il Gesù cristiano: lo riscrive. Lo presenta come Messia, messaggero, taumaturgo per permesso di Allah, servo obbediente e testimone contro coloro che lo avrebbero divinizzato. La Mensa scende dal cielo, ma non per fondare il cristianesimo: per confermare il potere di Allah e aggravare la responsabilità di chi, dopo il segno, rifiuta la verità islamica.
La Sura 5 si chiude dunque come testo di confine: tra lecito e illecito, fede e miscredenza, rivelazione e deviazione, Gesù coranico e Gesù cristiano, comunità islamica e Popolo del Libro. È precisamente questa struttura normativa e polemica che l’apologetica moderna tende a rendere invisibile, isolando i versetti più spendibili e lasciando nell’ombra il disegno complessivo del capitolo.





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