Sahih al-Bukhari 2658: testimonianza della donna e schiavitù nell’islam
Secondo una certa apologetica contemporanea, Maometto sarebbe stato addirittura un precursore dei diritti femminili, quasi un “femminista” ante litteram. Poi però si aprono le fonti islamiche canoniche, e il quadro diventa molto meno edificante.
Uno dei testi più citati sul tema della condizione femminile nell’islam è Sahih al-Bukhari 2658. Il passo riguarda la testimonianza della donna e attribuisce a Maometto un’affermazione molto chiara: la testimonianza femminile viene considerata pari alla metà di quella maschile, e questa differenza viene collegata alla presunta “deficienza” della mente della donna.
Il Profeta disse: “Non è forse la testimonianza di una donna uguale alla metà di quella di un uomo?”. Le donne dissero: “Sì”. Egli disse: “Questo è a causa della deficienza della mente della donna”. (Sahih al-Bukhari 2658)
Non siamo davanti a una caricatura occidentale, a una battuta polemica o a una frase inventata da qualche critico moderno dell’islam. Il testo si trova in Sahih al-Bukhari, una delle raccolte di hadith più autorevoli dell’islam sunnita. Per questo il problema non può essere liquidato con la solita formula: “non c’entra nulla con l’islam”. C’entra eccome, almeno come dato testuale e tradizionale.

Sahih al-Bukhari 2658: la testimonianza della donna viene collegata alla metà di quella dell’uomo.
Sahih al-Bukhari 2658: la testimonianza della donna vale metà?
Il punto centrale di Bukhari 2658 è la subordinazione giuridica della testimonianza femminile. Maometto non si limita a registrare una prassi sociale del suo tempo: secondo il testo, la giustifica collegandola direttamente a una presunta inferiorità mentale della donna.
Questo dato si collega al quadro coranico. In Corano 2:282, nel contesto della testimonianza per un debito, il testo prescrive due testimoni uomini oppure, in mancanza di due uomini, un uomo e due donne:
“Chiamate a testimoni due dei vostri uomini o, in mancanza di due uomini, un uomo e due donne, tra coloro di cui accettate la testimonianza, in maniera che, se una sbagliasse, l’altra possa rammentarle.” (Corano 2:282)
L’hadith di Sahih al-Bukhari 2658 rende il ragionamento ancora più esplicito: la donna non viene posta sullo stesso piano dell’uomo come soggetto testimoniale. La sua parola viene dimezzata e la spiegazione attribuita a Maometto è brutale: “deficienza” della mente femminile.
Non cultura araba, ma fonte islamica canonica
Una delle difese più frequenti è dire che queste norme rifletterebbero soltanto la cultura araba del VII secolo. Ma questa spiegazione sposta il problema senza risolverlo. Se un elemento culturale viene assorbito dal Corano, dagli hadith e dalla giurisprudenza islamica, non resta più un semplice costume locale: diventa parte di un ordine religioso, normativo e tradizionale.
Qui non stiamo parlando di una cronaca secondaria o di un racconto marginale. Stiamo parlando di una fonte canonica sunnita, collegata a un versetto coranico e utilizzata per secoli all’interno del discorso giuridico e morale islamico sulla donna.
Per questo la domanda seria non è se oggi molti musulmani vivano diversamente, cosa certamente vera. La domanda seria è un’altra: perché una fonte così autorevole dell’islam sunnita attribuisce a Maometto una giustificazione tanto degradante della testimonianza femminile?
La donna nelle fonti islamiche: soggetto subordinato
Il caso di Sahih al-Bukhari 2658 non è isolato. Nelle fonti islamiche classiche la donna viene spesso inserita dentro un ordine gerarchico: l’uomo è superiore, responsabile, guida, tutore, capo della famiglia; la donna è soggetta a controllo, obbedienza, limitazione giuridica e subordinazione sociale.
Il Corano afferma che gli uomini hanno “un grado” sulle donne (Corano 2:228) e che gli uomini sono “preposti” alle donne (Corano 4:34). A questo si aggiungono hadith sulla maggioranza femminile nell’Inferno, sulla “mancanza” di religione e intelligenza, sull’obbedienza coniugale e sul ruolo sessuale della moglie.
Per un quadro più ampio, si veda anche il nostro approfondimento sulla donna nell’islam e sulla misoginia nel mondo islamico medievale.
Maometto e la schiavitù: un altro problema rimosso
Il problema non riguarda solo la testimonianza femminile. Lo stesso quadro delle fonti islamiche mostra un altro dato spesso rimosso dall’apologetica moderna: Maometto non abolì la schiavitù. La regolò, la utilizzò, la accettò dentro l’ordine sociale e religioso del suo tempo.
Nell’islam classico la schiavitù non appare come un male assoluto da cancellare, ma come un istituto ammesso. Esistono norme sui prigionieri di guerra, sulle concubine, sugli schiavi, sulla loro liberazione meritoria, sulla loro compravendita e sul rapporto sessuale con “ciò che la mano destra possiede”. La liberazione dello schiavo può essere raccomandata come opera pia, ma questo non equivale all’abolizione dell’istituto schiavistico.
Il punto è semplice: chi presenta Maometto come un campione moderno dei diritti umani deve fare i conti con fonti in cui la donna vale metà come testimone e la schiavitù viene accettata come parte dell’ordine sociale. Non esattamente il manifesto universale della dignità umana.
Per approfondire il tema, rimandiamo al nostro articolo su islam e schiavitù, dove analizziamo il rapporto tra fonti islamiche, prigionieri, concubinato e schiavitù nel diritto islamico classico.
Il problema dell’apologetica moderna
L’apologetica islamica contemporanea tenta spesso di rovesciare il quadro: Maometto avrebbe migliorato la condizione femminile, nobilitato la donna, protetto gli schiavi, introdotto diritti e anticipato valori moderni. È una lettura selettiva, costruita prendendo alcuni elementi e oscurandone altri.
Sì, si può sostenere che alcune norme islamiche abbiano regolato pratiche preesistenti. Ma regolare non significa abolire. E soprattutto, una religione che si presenta come rivelazione eterna non può essere giudicata solo in rapporto al peggio del suo contesto storico. Deve essere giudicata anche rispetto a ciò che ha conservato, sacralizzato e trasmesso.
Se una fonte canonica attribuisce a Maometto l’idea che la testimonianza della donna valga metà a causa della sua “deficienza” mentale, il problema non scompare dicendo che “per l’epoca era normale”. Perché l’islam non si presenta come un reperto antropologico del VII secolo, ma come guida divina valida per l’umanità.
Conclusione: altro che femminismo islamico
Sahih al-Bukhari 2658 resta uno dei testi più imbarazzanti per la propaganda del “Maometto femminista”. La testimonianza della donna viene dimezzata, e la spiegazione attribuita al Profeta dell’islam è legata a una presunta inferiorità mentale femminile.
Accanto a questo, le fonti islamiche non mostrano un Maometto abolizionista nel senso moderno del termine, ma un profeta che accetta la schiavitù come istituto esistente, la disciplina e la inserisce dentro l’ordine religioso e sociale dell’islam nascente.
Si può discutere il contesto storico, si possono analizzare le differenze tra scuole giuridiche, si possono osservare le reinterpretazioni moderne. Ma resta un fatto: le fonti canoniche non offrono l’immagine pulita, progressista e rassicurante che certa apologetica vorrebbe vendere all’Occidente.
Altro che campione dei diritti umani. Altro che femminista ante litteram. Le fonti raccontano qualcosa di molto diverso: un ordine religioso nel quale la donna è giuridicamente subordinata e la schiavitù non viene abolita, ma normalizzata.
