Al-Hallaj eretico: il mistico giustiziato dall’Islam

Al-Hallaj, condannato come eretico e giustiziato a Baghdad nel 922, documenta la violenza con cui il potere islamico poteva reprimere il dissenso religioso. La sua vicenda coinvolge rivalità politiche, accuse dottrinali e una pretesa precisa: stabilire quali convinzioni un individuo potesse professare senza perdere il diritto alla vita. La successiva difesa della sua esecuzione da parte di importanti giuristi mostra quanto quella violenza potesse trovare giustificazione nella dottrina.

Il caso Hallaj contraddice la rappresentazione di una civiltà islamica intrinsecamente tollerante verso la ricerca spirituale. La presenza di mistici, filosofi e poeti non dimostra che fossero liberi. Per valutare quella libertà occorre esaminare anche le accuse rivolte contro di loro, le condanne e gli argomenti religiosi utilizzati per legittimarle.

Al-Hallaj eretico: un mistico cresciuto nell’Islam

Al-Husayn ibn Mansur al-Hallaj nacque in Persia intorno al 858. Ricevette una formazione religiosa islamica, frequentò maestri sufi e praticò l’ascetismo. Viaggiò a lungo, raggiungendo anche l’India, e compì pellegrinaggi alla Mecca. La sua predicazione e la ricerca dell’unione con Dio gli procurarono seguaci e avversari. Herbert W. Mason ne ricostruisce la formazione e l’attività nella voce dedicata ad al-Hallaj nell’Encyclopedia of Islam and the Muslim World.

La sua appartenenza all’Islam rende particolarmente evidente il carattere della repressione: anche l’esperienza di un credente poteva essere sottoposta a un giudizio capitale. La devozione non garantiva protezione quando le autorità ritenevano che le parole del mistico oltrepassassero i confini della fede ammessa.

Definirlo “eretico” significa indicare l’accusa con cui fu perseguitato. Il diritto di Hallaj a vivere non dipendeva dalla sua ortodossia. Difendere soltanto il credente accusato ingiustamente lascerebbe intatta la possibilità di perseguitare chi dissente davvero.

«Io sono la Verità»: la frase e l’accusa di divinità

La tradizione associa Hallaj all’espressione Ana al-Haqq, «Io sono la Verità». I suoi avversari vi lessero una rivendicazione di divinità; i difensori la interpretarono come annientamento dell’io nell’esperienza di Dio. Le circostanze della frase restano incerte, come spiega Jawid Mojaddedi nell’Encyclopaedia Iranica.

La fortuna di questa espressione ha favorito una lettura della condanna concentrata su poche parole. Per comprenderne il fondamento religioso bisogna però esaminare il passaggio dall’accusa teologica alla sanzione: perché attribuire a un uomo una concezione giudicata falsa del divino avrebbe dovuto autorizzarne l’uccisione?

Presentare il linguaggio di Hallaj come “troppo estremo” rischia di spostare la responsabilità sulla vittima. Furono i persecutori a pretendere che una convinzione spirituale potesse essere punita con la morte.

Il processo: il pellegrinaggio sostitutivo come accusa decisiva

Hallaj rimase imprigionato per circa nove anni. Le rivalità di corte influirono sulla sua sorte e i resoconti del procedimento divergono. Fra gli elementi impiegati contro di lui compare un insegnamento sul pellegrinaggio sostitutivo, ricordato anche nella ricostruzione di Mojaddedi.

Ibn Kathir, nell’Al-Bidaya wa-l-nihaya, alla cronaca dell’anno 309 dell’Egira, racconta che venne presentato uno scritto attribuito a Hallaj: chi non poteva recarsi alla Mecca avrebbe potuto compiere determinate pratiche nella propria abitazione e assistere trenta orfani, ottenendo un equivalente del pellegrinaggio. Il giudice Abu Umar gli contestò l’origine dichiarata dell’insegnamento e affermò che il suo sangue era lecito. Il visir insistette perché quella dichiarazione fosse messa per iscritto e trasmessa al califfo.

Nello stesso racconto, Hallaj rivendica la propria fede islamica e contesta il diritto di ucciderlo. Ibn Kathir scrive nel XIV secolo: si tratta di una ricostruzione successiva, che documenta come la tradizione raccontò la condanna. Le accuse riferite non possono essere assunte automaticamente come una descrizione fedele del pensiero dell’imputato.

La questione dottrinale: chi può modificare un obbligo religioso?

Il Corano 3:97 prescrive il pellegrinaggio alla Casa per chi abbia la possibilità di compierlo. L’insegnamento attribuito a Hallaj investiva dunque il valore di un obbligo religioso e la possibilità di assolverlo attraverso pratiche alternative. L’accusa poteva essere utilizzata per presentarlo come qualcuno che alterava la legge sacra.

Il versetto stabilisce l’obbligo del pellegrinaggio; la trasformazione della controversia in motivo di esecuzione appartiene al procedimento e alla sua giustificazione giuridica. La responsabilità repressiva consiste precisamente nel fare di una disputa sulla pratica religiosa una ragione per disporre della vita dell’accusato.

Le pressioni politiche non cancellano questa responsabilità. Se un visir può ottenere una condanna facendo dichiarare lecito il sangue di un avversario per i suoi insegnamenti, l’accusa investe anche il sistema che rende disponibile quello strumento. La difesa della religione diventa una giustificazione del potere di eliminare.

Qadi Iyad: l’esecuzione giustificata dalla difesa dell’ortodossia

Il giurista malikita Qadi Iyad, nel XII secolo, collega direttamente la condanna alle convinzioni attribuite a Hallaj. Nell’Al-Shifa, nella sezione sulla rivendicazione di divinità, riferisce l’accordo dei giuristi malikiti di Baghdad sull’uccisione e sulla crocifissione del mistico, motivandolo:

«Per la sua pretesa di divinità e per la dottrina dell’inabitazione».

L’inabitazione, indicata dal termine hulul, è qui l’idea che Dio dimori nell’essere umano. Qadi Iyad aggiunge che Hallaj manteneva esteriormente l’adesione alla sharia e che il suo pentimento non fu accettato.

Questa testimonianza documenta una giustificazione dottrinale successiva all’esecuzione. Il giurista presenta determinate convinzioni come motivo sufficiente per la condanna, anche in presenza di una professione di fede e di un’osservanza religiosa esteriore. Il controllo dell’ortodossia prevale così sulla dichiarazione dell’individuo di appartenere all’Islam.

Ibn Taymiyya: perché quelle convinzioni diventano apostasia

Ibn Taymiyya, vissuto fra il XIII e il XIV secolo, esplicita il legame fra le accuse teologiche e l’apostasia. Nel Majmu al-fatawa, volume II, pp. 480–482, scrive:

«Chi crede nelle dottrine di Hallaj per le quali fu ucciso è un miscredente apostata, secondo il consenso dei musulmani».

La motivazione indicata è il hulul, l’inabitazione divina, insieme all’ittihad, l’unione fra Dio e l’uomo. Ibn Taymiyya sostiene che Dio sia il creatore e tutto ciò che è distinto da lui sia creato; considera quelle dottrine incompatibili con il monoteismo e ne fa discendere la liceità dell’uccisione. Il consenso è rivendicato dall’autore e non dimostra, da solo, l’assenza storica di dissensi.

Il collegamento con l’apostasia riguarda quindi convinzioni attribuite a Hallaj e giudicate sufficienti a espellerlo dall’Islam. La sua volontà di restare musulmano non risolveva l’accusa: era l’autorità dottrinale a stabilire se la sua fede fosse ammissibile.

Il supplizio e la successiva memoria sufi

Nel 922, a Baghdad, Hallaj fu flagellato, mutilato e messo a morte pubblicamente. Il corpo venne bruciato e le ceneri disperse nel Tigri. Questi elementi del supplizio sono riportati nell’Encyclopaedia Iranica.

La brutalità della pena rende inadeguato parlare soltanto di un “rapporto difficile” fra mistica e ortodossia. Il potere esercitò sul corpo dell’accusato la propria pretesa di difendere l’ordine religioso. Una controversia su Dio, sul culto e sull’autorità degli insegnamenti si concluse con la distruzione dell’uomo.

Hallaj fu successivamente celebrato nella letteratura sufi. La sua memoria comprende racconti devozionali del martirio; Louis Massignon dedicò alla sua vita e alla sua eredità una vasta ricerca. La voce di Mojaddedi ricostruisce questa fortuna postuma.

La venerazione successiva non restituisce la libertà negata al condannato. Celebrare un mistico morto e consentire a un individuo vivo di professare convinzioni controverse sono condizioni profondamente diverse. Utilizzare la prima per dimostrare la seconda significa cancellare proprio la persecuzione che rese possibile il racconto del martirio.

La responsabilità della dottrina nella condanna di Hallaj

Il caso Hallaj consente una critica precisa della dottrina penale religiosa: una concezione del rapporto fra Dio e l’uomo viene trasformata in un motivo per uccidere chi la sostiene. La distanza fra queste due operazioni è decisiva. Contestare un insegnamento non conferisce alcun diritto sul corpo e sulla vita di chi lo professa.

Le fonti esaminate mostrano due aspetti collegati: l’impiego di accuse religiose nel procedimento e la successiva legittimazione dell’esecuzione attraverso argomenti teologici. Ridurre tutto alla crudeltà di un governante lascia senza risposta la responsabilità dei giuristi che difesero la condanna come applicazione della religione.

La critica non dipende dalla dimostrazione che Hallaj fosse un santo, un interprete corretto dell’Islam o una vittima completamente estranea ai conflitti politici. Riguarda la pretesa di rendere una convinzione spirituale punibile con la morte. Hallaj aveva diritto di vivere anche se le sue idee contraddicevano il monoteismo islamico. Una dottrina che nega questo diritto subordina la persona all’ortodossia e fornisce alla repressione una giustificazione religiosa.

7 commenti

  1. Nessun eresia Hallaj è stato suppliziato per motivazioni politiche più che religiose ,per il resto Hallaj ci viene descritto come assolutamente ligio ai precetti religiosi ,cito per esattezza un testo dagli Akhbar Al Hallaj sia per rispondere ai più oltranzista ulema, sia ad un sito chiaramente islamofobo come questo
    Dagli Akhbar Al Hallaj:NARRA AL WASITI
    CHIESI A IBN SURAYJ COSA PENSI DI AL HALLAJ?LUI RISPOSE VEDO UN UOMO CHE CONOSCE IP CORANO A MEMORIA, CHE NE CONPRENDE I SIGNIFICATI PIÙ PROFONDI,COMPETENTE IN DIRITTO, IN SCIENZE DELLE TRADIZIONI PROFETICHE, NEI DETTI DEI COMPAGNI E NELLE CONSUETUDINI ,CHE DIGIUNA IN CONTINUAZIONE, CHE VEGLIA LA NOTTE, PREDICA ,TIENE PROFONDI DISCORSI, NON VEDO RAGIONI PER SCOMUNICARLO
    PER VOSTRA INFORMAZIONE IBN SURAYJ È UN CANONISTA NOTO DI RITO SHAFIITA, DUNQUE VALGONO LE SUE PAROLE, ALTRO CHE ERETICO,PER NIENTE PROPRIO, ANZI ERETICI SONO CERTI ULEMA E VOI ISLAMOFOBI E RAZZISTI CHE VE NE ANDATE DIETRO, CERCATE CHI ERA IBN SURAYJ

  2. AL HALLAJ ERA ASSOLUTAMENTE LIGIO ALLE PRESCRIZIONI RELIGIOSE ,FU ASSASSINATO PER MOTIVI POLITICI, I VERI ERETICI SONO CERTI ULEMA E VOI CHE CE NE ANDATE DIETRO CARI ISLAMOFOBI

    • Carissimo lettore, sono l’autore dell’articolo e per risponderle citerò alcuni brani dagli Akhbar al-Hallāj, un testo di poco successivo alla morte (922) di Hallaj.

      È ovvio che, in quanto musulmano, egli non smentì la concezione islamica dell’unità e unicità divina, così come il riferimento al Corano fu della più pura ortodossia, ma è altrettanto oggettiva la sua deriva eretica e individualista, ribadita sino all’ultimo, addirittura pochi istanti prima di essere ucciso, quando manifestò ancora le sue ferme convinzioni sulla teofania e l’anteopomorfismo. Si noti noti che dalle sue stesse parole emerge la condanna a morte per motivi religiosi e non politici, fermo restando che nell’islam religione politica sono due facce della stessa medaglia:

      Secondo quanto racconta Ibrahim b. Fatik, quando si condusse Hallaj al supplizio […] quando egli ebbe concluso la preghiera, disse alcune cose che non ricordo, e poi: « […] mi hai concesso, quando hai privato gli altri dei tratti del tuo VOLTO, e hai interdetto di immergere lo sguardo nelle,profondità del tuo mistero, che hai concesso a me. Costoro, tuoi servitori, si sono adunati a uccidermi, per zelo nei Tuoi riguardi e per desiderio di avvicinarsi a Te. Perdonali, perché se Tu avessi loro svelato quello che a me hai svelato, non avrebbero agito come agiscono; e se Tu avessi sottratto ai miei sguardi quello che hai loro negato, non subirei la prova che ora affronto. Sia lode a Te, per quel che Tu fai, e lode a Te quel che Tu decidi
      Poi tacque, e prese a discorrere con Dio in silenzio. Allora si fece a lui il carnefice. (Riportato in “Tolleranza e guerra santa nell’islam”, di Biancamaria Scarcia Amoretti, pp. 111: Cfr. ed. e trad. L. Massignon e P. Kraus, Paris, 1936, pp. 55-56, 88, 91, 80).

      Ps. Integrerò questa citazione nell’articolo.

      Admin1

  3. Deriva eretica?no fu ucciso per motivi politici più che religiosi, forzarono alcune sue lettere presunte in cui avrebbe esortato a distruggere la Kaaba, ma furono motivi politici più che religiosi ,la deriva eretica la vedono i signori ulema oltranzisti e gli islamofobi come questo sito ,il cui scopo è chiaro ,ribadire estraneità della spiritualità sufi ,per ribadire islam come fede assassina ,Hallaj fu ritenuto un missionario Carmata movimenti politico,non faccia la lezioncina

  4. Le frasi di Hallaj fanno riferimento a moventi religiosi, ma missionario Carmata come fu ritenuto dalle autorità la dice tutta ,ma questo lo ignorate volutamente quelle parole sono una apparente opposizione tra dimensione ,materiale dei più semplici credenti e le sue ambizioni spirituali poi sta deriva eretica la volete vedere per forza di cose voi ,io ho citato Ibn Surayj, CANONISTA Shafiita, ma a voi islamofobi fa comodo assieme agli ulema oltranzisti, dichiarare Hallaj o simili o altri sufi ERETICI, ovviamente a quelli per il potere e a voi per dimostrare che islam puzzi da cima a fondo ,poi antropomorfismo di che????non è quello il suo scopo ,

  5. Missionario Carmata la dice tutta sul lato politico,la sua crescita a Basrah ,i mukhammisa, gli zenj….E con gruppi sciiti….calcolate bene..

  6. Uno che parla di “volto” riferito a dio, in una religione che vieta ogni raffigurazione, addirittura della natura, figuriamoci di Allah, é antropomorfismo. Se tu caro il mio Cristian musulmano non ci arrivi, é problema tuo

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