Commento al Corano: Sura 18 al-Kahf, “La Caverna”, versetti 83-110
Commento al Corano: Sura 18 al-Kahf, “La Caverna”, versetti 83-110
Nei versetti 83-110 della Sura 18 al-Kahf, “La Caverna”, il Corano conclude la sura con la figura del Bicorne, la barriera contro Gog e Magog, la scena del giudizio finale e una chiusura netta sul monoteismo. Dopo i Compagni della Caverna e il viaggio di Mosè con il servo che la tradizione identifica con al-Khidr, il testo passa a un racconto di potere universale, confini estremi, popoli minacciosi e intervento divino nella storia.
Il blocco segue l’articolo sui versetti 60-82 e chiude l’intera sura. La linea non è semplicemente narrativa: il Corano usa il Bicorne per parlare di sovranità concessa da Allah, punizione dei malvagi, protezione contro il disordine e destino ultimo di chi rifiuta la rivelazione.
Il Bicorne e la domanda rivolta a Maometto
Il racconto si apre con una domanda: “Ti interrogheranno a proposito del Bicorne. Di’: vi racconterò qualcosa sul suo conto.” (Corano 18:83). Il Corano lo chiama il Bicorne, Dhu al-Qarnayn, ma non fornisce un’identificazione storica esplicita. La tradizione collega questa domanda alle prove poste a Maometto dai suoi avversari dopo consultazioni con uomini della Scrittura: il testo risponde presentando una figura antica, potente e misteriosa.
Il testo non offre una biografia storica ordinata. Dice piuttosto che Allah gli aveva dato mezzi sulla terra e una via per ogni impresa (Corano 18:84). Il Bicorne diventa così un sovrano itinerante: attraversa i limiti del mondo conosciuto, incontra popoli diversi e agisce come strumento di una giustizia che il testo collega direttamente al favore divino.
Alessandro, Ciro e il problema dell’identificazione
L’identificazione del Bicorne è una delle questioni più discusse del passo. Una parte consistente dell’esegesi islamica antica lo ha identificato con Alessandro, favorito anche dall’immagine del sovrano bicorne; interpretazioni moderne hanno proposto Ciro il Grande, mentre altri studiosi ritengono più prudente considerare il personaggio una figura letteraria costruita attraverso tradizioni tardoantiche. Si tratta però di identificazioni tradizionali o ipotesi storiche, non di dati forniti direttamente dal Corano. L’identificazione con Alessandro crea inoltre una tensione evidente: il Bicorne coranico parla e agisce come sovrano monoteista, profilo che non coincide facilmente con l’Alessandro storico.
Non è necessario risolvere definitivamente l’identità storica del personaggio per comprendere la funzione del racconto. Il Corano usa il Bicorne come modello di potere legittimato dall’alto: non un semplice conquistatore, ma un sovrano autorizzato a punire, proteggere, costruire e preparare la scena escatologica che chiuderà la sura.
Il sole che tramonta in una sorgente
Il primo viaggio conduce il Bicorne verso l’occidente estremo: “Quando raggiunse il luogo del tramonto del sole, lo trovò tramontare in una sorgente scura e fangosa, e presso di essa trovò un popolo.” (Corano 18:86). Alcune letture della vocalizzazione rendono invece la sorgente come “calda”. Il versetto è stato spesso discusso perché, letto in modo immediatamente letterale, sembra collocare il tramonto del sole in un luogo terrestre.
La tradizione esegetica ha spesso spiegato la frase come percezione visiva: il Bicorne avrebbe visto il sole tramontare come appare a chi guarda l’orizzonte. Questa lettura attenua il problema cosmologico, ma non cancella la forma concreta della narrazione coranica, costruita come viaggio verso il limite occidentale del mondo conosciuto.
Punizione, fede e giustizia del sovrano
Presso quel popolo, il Bicorne riceve la possibilità di punire o trattare con benevolenza. La sua risposta è gerarchica: “Puniremo chi avrà agito ingiustamente; poi sarà ricondotto al suo Signore, che gli infliggerà un terribile castigo. Quanto a chi crede e compie il bene, avrà la migliore ricompensa.” (Corano 18:87; 18:88).
Il potere politico viene inscritto dentro una logica religiosa: chi agisce ingiustamente viene punito dal sovrano e poi ricondotto al giudizio di Allah; chi crede e opera il bene riceve invece ricompensa e trattamento favorevole. Governo, morale e giudizio divino non sono separati, ma ordinati dentro la stessa gerarchia teologica.
Gog e Magog e la barriera
Il terzo viaggio porta il Bicorne tra due barriere, presso un popolo che fatica a comprendere il linguaggio. Qui compare la minaccia di Gog e Magog: “O Bicorne, Gog e Magog portano grande disordine sulla terra. Ti pagheremo un tributo, se erigerai una barriera tra noi e loro.” (Corano 18:94).
Il racconto parla di un’opera costruita tra due rilievi, indicata come barriera, diga o sbarramento, non necessariamente come un muro autonomo nel senso moderno. Il Bicorne rifiuta di presentare l’opera come un semplice contratto umano: ciò che il suo Signore gli ha concesso è migliore, ma chiede energia e collaborazione. Fa portare masse di ferro, colma il varco, fa soffiare sul metallo e vi versa rame fuso (Corano 18:95; 18:96). Il risultato è una barriera che Gog e Magog non riescono né a scalare né a perforare (Corano 18:97).
Il punto teologico arriva subito dopo: “Questa è una misericordia proveniente dal mio Signore. Quando verrà la promessa del mio Signore, Egli la ridurrà in polvere; e la promessa del mio Signore è vera.” (Corano 18:98). La barriera protegge, ma non è definitiva: la sua durata dipende dalla promessa divina e il suo crollo appartiene agli eventi ultimi.
Gog e Magog nella tradizione islamica
Il Corano prosegue con una scena apertamente escatologica: “In quel Giorno lasceremo che calino in ondate gli uni sugli altri. Sarà soffiato nel Corno e li riuniremo tutti insieme.” (Corano 18:99). Gog e Magog non restano quindi un dettaglio folclorico: entrano nell’immaginario islamico della fine dei tempi.
La tradizione hadith rafforza questo collegamento. In Sahih al-Bukhari 3346, Maometto annuncia che nel muro di Gog e Magog si è aperto un varco e lo presenta come un pericolo ormai vicino. In Sahih al-Bukhari 4741, Gog e Magog compaiono nella scena dei mille destinati al Fuoco: il racconto attribuisce a loro novecentonovantanove di quel numero. Non si tratta quindi di una leggenda marginale, ma di materiale incorporato nell’escatologia sunnita.
Inferno, cecità spirituale e opere inutili
Dopo Gog e Magog, il testo torna ai miscredenti: “In quel Giorno presenteremo apertamente l’Inferno ai miscredenti: coloro i cui occhi erano velati davanti al Mio monito e che non erano capaci di udire.” (Corano 18:100; 18:101).
La condanna diventa ancora più netta nei versetti successivi: “Volete che vi indichiamo coloro le cui opere sono le più inutili? Sono coloro il cui sforzo nella vita presente si è sviato, mentre credevano di fare il bene.” (Corano 18:103; 18:104). Il testo colpisce non solo il male consapevole, ma anche l’opera compiuta nella convinzione di agire bene quando manca la fede nei segni di Allah.
Il versetto 105 precisa che si tratta di coloro che hanno negato i segni del loro Signore e l’incontro con Lui: le loro opere diventano vane e nel Giorno della Resurrezione non sarà attribuito loro alcun peso (Corano 18:105). La conclusione resta teologicamente severa: le opere non vengono valutate indipendentemente dalla fede, ma subordinate alla posizione religiosa davanti ad Allah e alla rivelazione.
Paradiso e parole inesauribili
Il contrasto con i credenti è immediato: “Coloro che credono e compiono il bene avranno per dimora i giardini del Paradiso, dove rimarranno in perpetuo.” (Corano 18:107; 18:108). La sura chiude quindi il suo percorso con una separazione netta tra chi crede e chi rifiuta.
Segue una formula solenne sull’inesauribilità della parola divina: “Se il mare fosse inchiostro per scrivere le parole del mio Signore, il mare si esaurirebbe prima che si esaurissero le parole del mio Signore.” (Corano 18:109). Dopo i racconti e i simboli, il testo richiama la sproporzione tra la rivelazione divina e la capacità umana di contenerla.
La chiusura: monoteismo e umanità del messaggero
L’ultimo versetto riporta il discorso a Maometto: “Non sono altro che un uomo come voi. Mi è stato rivelato che il vostro Dio è un Dio unico. Chi spera di incontrare il suo Signore compia il bene e non associ nessuno nell’adorazione del suo Signore.” (Corano 18:110). Il profeta viene presentato come uomo, ma la sua parola è legittimata dalla rivelazione ricevuta.
È significativo che la tradizione colleghi la Sura al-Kahf alla protezione dal Dajjal. In Sahih Muslim 809a la protezione è associata alla memorizzazione dei primi dieci versetti; Sahih Muslim 809b conserva una variante trasmessa come “gli ultimi” dieci versetti, mentre un’altra trasmissione ribadisce l’inizio della sura.
La caratteristica che attraversa questo blocco finale è il passaggio dal racconto al giudizio. Il Bicorne attraversa i confini del mondo, la barriera trattiene Gog e Magog solo fino alla promessa divina, l’Inferno viene mostrato ai miscredenti e l’ultima parola è la professione del Dio unico. La Sura 18 non termina con una morale rassicurante, ma con una separazione: potere, conoscenza, opere e salvezza hanno senso solo se ricondotti ad Allah e alla rivelazione.
L’articolo successivo passerà alla Sura 19 Maryam, “Maria”, con il racconto di Maria, Gesù, Giovanni e la polemica coranica sulla filiazione divina.
